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domenica 19 novembre 2017

NEXT GEN: IL TENNIS FAST FOOD DEL TREMILA

Spinto da antropologica curiosità, ho assistito a qualche incontro delle NexGen finals di scena a Milano, una sorta di Masters tra i migliori sette under 21 del tennis mondiale (più uno del terzo mondo italiano, per dovere di ospitalità). Urge qualche implacabile considerazione, sia sui giovanotti che sulle novità introdotte dalla manifestazione in vista di applicazione generale in futuro: set veloci (a 4), deciding point, abolizione del net sul servizi, coching con tanto di cuffie stile "Lascia o raddoppia" o Robertino ("ho vindo quacchecosa?") e altre mirabilie della modernità che ora mi sfuggiranno. Scopo evidente di questo tennis fast food sarebbe snellire il giuoco senza tediare troppo lo spettatore, che non è più quello del tv in bianco e nero ma guarda le partite sullo smartphone, twitta, si selfa, ha premura perché rischia di saltare la lezione di pilates postando una stories sull'Instagram mentre gratta le palle a un gatto nudo al tramonto. Il mondo va veloce, a chi inesorabilmente soffre di gotta e abbassamento della vista non resta che adeguarsi o buttarsi sulle bocce al parco. Al limite guardare i lavori per strada come i vecchietti, con aria scettica.
Cosa penso di queste novita, è presto detto: mi paiono una enorme, inutile, minchiata. Sembra roba buona per bimbiminkia che mangiano un panino al McDonalds ascoltando Fedez.
Se una partita è bella, te la godi per quattro ore. McEnroe-Borg, ma anche Youzhny-Del Potro, speri duri tanto. Nadal-Ferrer auspichi finisca alla svelta, non c'è set corto che tenga. Come un film. Non è che se dura poco diventa bellissimo. Anzi, se è bello, vorresti durasse di più. Se fa cagare, preghi la madonna addolorata che finisca quanto prima o vai a drogarti in bagno. Non è che mezz'ora di concerto di Fedez si più coinvolgente di tre ore dei Guns n'Roses.
In soldoni, per rendere più attraente il tennis, le grandi menti che governano questo sport, pensano a cambiare il format, quando invece il busillis non riguarda le regole, ma la bellezza tecnica oramai ridotta a contorno. Eccezione nell'abominio. Se il risultato che si vuole ottenere è far guardare superficialmente il tennis a chi non capisce un cazzo allargando l'effetto bimbominchiesco anche alla racchetta, però, questa novità è geniale.
Indubbiamente, la stagione risulterebbe meno stressante fisicamente. Basta vedere cosa è successo in questo 2017 da lazzaretto tennistico, martoriata da infortuni dei big e che nel finale ha visto prevalere chi ancora si teneva in piedi, un Master aberrante. La soluzione è rendere partite e tornei più rapidi? No, sarebbe eliminare tornei dal calendario, al limite. Ma contro gli sponsor non si può andare e allora ecco la soluzione: rapide baracconate.
In questo ci sarebbe la stessa contraddizione avutasi nel Pleistocene col cambio di materiali. Furono create racchette spaziali e leggere, generatrici di potenze terrificanti, ace e poco gioco sul veloce. La solizione? Impossibile tornare al legno, ecco che le superfici rapide furono trasformate in lenti cerapongo, appiattendo ogni differenza e peculiarità tecnica, trasformando tutto nello strano effetto da tennis volano: l'orrore.
Al solito dunque. Come per i materiali, anche le nuove regole snellenti fanno fronte a un problema reale non centrando il nocciolo del problema e anzi, rischiano di impoverire l'essenza di questo sport.

Ma passiamo con consueta solerzia alla disamina dei giovanotti del tremila nel Masters McDonalds. Assente Zverev, già tra i grandi, vince il più maturo, l'occhialuto Chung. Solidità tecnica e mentale, pochi fronzoli. Se provo a immaginarmelo come futuro dominatore del tennis mondiale, viene da espatriare su Marte o consolarsi pensando a cose peggiori (Trump alla Casa Bianca, Di Maio premier, il tofu, etc), ma può benissimo essere un top ten per anni. Un Nishikori con meno talento e più fisico da torello.
Poi un drappello di russi, osceno mix tra Davydenko e Safin. L'unico che vedo (e prevedo) possibile vincitore di slam resta Rublev. Pazzo, elettrico talento e velocità d'esecuzione strabiliante. La personalità c'è (tanta, forse in esubero), se riuscirà ad evitare pause letali sarà al vertice per anni. Kachanov tira scaldabagni terrificanti, ma non lo vedo come numero uno, quanto una mina vagante che in giornata o settimana giusta può diventare ingiocabile. Medvedev mi entusiasma poco. Certamente meno di Malgioglio al Gf vip che canta e balla "uticicuticutì uticiticità". Coric è un raro concentrato di boria comportamentale e tedio tecnico. L'unico ad entusiasmarmi, ammetto la debolezza, è l'uragano biondo del Canadà Dennis Shapovalov. Tecnicamente unico. Nei momenti di furore tecnico e agonistico risulta adeenalinico, dirompente e inarrestabile come le Cascate del Niagara. Considerando anche che ha tre anni in media meno degli altri, il futuro è dalla sua e i limiti pesano meno. Se penso a un numero uno nel 2022, penso a lui, mica a Chung.
Capitolo a parte quello di Gianluigi Quinzi. Invitato come premio alla nazione ospitante e uscito vittorioso da un torneo di pre-quali. Viene alla mente la finale di Wimbledon junior in cui domina il parietà Chung. Non si può non notare come in soli tre anni il coreano abbia lavorato sodo diventando solidissimo e completo, mentre il marchigiano sia rimasto avvitato a quello che era, seguito malissimo da chi si è cullato nelle malsana idea di avere già nelle mani un campione fatto e finito. Peggio ancora i tifosi morti di fica, convinti d'aver trovato dal niente il Messia, il Rafa/Roger tricolore. Invece ecco che, lampante, viene alla luce quanto valga il tennis junior: nulla. O, per chi ha l'intelligenza di capirlo, l'unica certezza di avere una buona base per iniziare. Quinzi basa tutto sul ritmo e l'intensità che spesso non è abbastanza o sufficiente nei pro per contrastare chi ha il colpo vincente o il killer instinct o con chi, rispetto a lui, rispetto ai tempi junior ha lavorato tantissimo. Alla fine non sfigura nemmeno troppo e ha ancora tempo, se seguito bene, per avere una carriera discreta.

lunedì 11 settembre 2017

US OPEN 2017 - PAGELLE FINALI



Uomini

Rafa Nadal 8. O 16, il culo. Poteva perdere da almeno 5 o 6. Non ne incontra nessuno, ma neanche un top 50 fino alle semifinali. In semifinale i resti esausti di un mezzo Del Potro (28) e in finale il temibile palo di frassino Anderson (21). Tutto senza nemmeno ingranare la quinta e preservando anche energie per il finale di stagione in cui deve conservare coi denti il numero uno. Il culo però aiuta gli audaci e negli slam può succedere di tutto, specie in questo, atrocemente monco. Per il resto, solita esibizione di ferocia agonistica e mentale, ma ne bastava la metà. Pareggia Federer (di cui è perenne incubo) in tutto, slam e 1000 vinti in stagione.
Kevin Anderson 7. La morte in permesso. Potrete dirlo ai nipoti: ho visto questo fluttuante tronco di arbusto gigante che pare doversi spezzare al primo refolo di vento, arrivare in finale in uno slam, complice un tabellone da Atp 250. Comunque bravo a spuntarla nella bagarre horror-splatter tra lungagnoni nella parte bassa.
Juan Martin Del Potro 7,5. Vincitore morale, anche se la morale non conta un cazzo. Salva il torneo dalla noia bestiale con imprese da nobile guerriero ferito, violento e orgoglioso. Eroico con Thiem, superbo con Federer. In semifinale getta tutto quello che aveva in corpo nel primo set, poi è travolto dalla furia devastatrice di Nadal in quarta.
Pablo Carreno Busta 7. Elogio della noia operaia. Ferrer 2.0 alla valeriana. Semifinalista battendo quattro qualificati e lo gnomo albino Scwhartzman (7-). Può bastare.
Dennis Shapovalov 7,5. Colpi strabilianti, coraggio-incoscienza, carattere. Il diciottenne canadese esplode all'improvviso. Perché così deve essere per un predestinato: tutto naturale (in barba a futuri campioni come Coric e Zverev costruiti da anni in laboratorio). Come Mac nel '77, per dirne uno banale, partendo dalle qualificazioni. Ovvio, ha limiti e rudezze da limare. In primis l'inesperienza e quella sufficienza-eccessiva sicurezza nell'addomesticare volée (quasi sempre sgozzate), che paga nel match sciagurato con l'impiegato del catasto Carreno.
Roger Federer 6 (di riverenza). Sua Divinità Celeste acciaccato, poco allenato, si salva nei primi turni, cresce, illude, prima d'imbattersi in un Del Potro con la mannaia. Confusionario, tatticamente suicida. Poteva anche vincerla, giocando meglio un paio di punti decisivi. Ma a volte, complici i risultati del 2017 di grazia, ci si dimentica che questo signore ha 36 anni, dicansi 36.
Grigor Dimitrov 4,5. Uno slam lo vincerà, prima o poi. Sperando che in 126 diano forfait per malaria e l'altro si pugnali da solo durante il match.
Andrei Rublev 7+. Un astronauta russo con turbe psichiche, dalla spaventosa velocità di braccio e rapidità nell'esecuzione dei colpi. A Nadal basta sporcargli gioco per mandare la macchina sparapalline in corto, sull'orlo della crisi di pianto. Ma ha solo 20 anni, se non lo internano prima nel manicomio navale moscovita "Youzhny sanitarium", ne vedremo delle belle.
Mischa Youzhny 8+. Altro mattatore indiscusso. Tarchiato, semovente, squilibrato soldatino di piombo col rovescio che suona motivetti tzigani in salsa metal. Ormai un quasi ex, che a 35 anni si dibatte ancora ostinatamente nelle retrovie. Trova un Federer che va a due all'ora e a parità di velocità vien fuori un equilibratissimo match anni '70, giocato con racchette di legno. L'urlo lacerante, autenticamente bestiale, dopo aver annullato il set point nel quarto set, ormai devastato anche dai crampi, resta la cosa più bella dell'intero torneo.
Dominic Thiem 5. Un Gasquet virulento, tatticamente ottuso e caratterialmente fantozziano. Delpo è Delpo, ma per perdere in quel modo ci vuole arte.
Paolo Lorenzi 7. Cuore di toro, palle in titanio. Con mezzi non eccelsi, ma comunque migliorati anno dopo anno con motivazione da ventenne, a 36 anni raggiunge per la prima volta gli ottavi in un major. Finisce con le bombole d'ossigeno mentre provava la disperata rimonta contro Anderson.
Alexander Dolgopolov 6,5. Infuriato per le ultime vicissitudini, lanciatissimo verso il titolo da leggenda. Sfilettato Nadal come uno Sweeney Todd sadicamente ispirato, avrebbe fatto un sol boccone degli altri. Ma la sventura è dietro l'angolo e si fa male. Che altrimenti...
Zverev Family 4,5 (Mischa 6, Sascha 3). Il campioncino in costruzione cade goffamente all'esordio. L'esperto fratellone dal naturale tennis felpato è sempre più solido. Uccella ancora il palo della cuccagna Isner (5), crolla con quello della luce Querrey. Insomma, quello forte resta Misha. Me lo ripeto ogni giorno, prima di prendere le goccine.
Sam Querrey 6. Uno statunitense abituato ad Ashe, Connors, McEnroe, Sampras e Agassi, ora deve sperare in simile Lurch tremebondo o al limite suicidarsi. Perde l'occasione della vita per fare finale.
Fabio Fognini: sui ceci. Prendete un dodicenne studente di seconda media con vestiti firmati e sorrisetto immotivatamente strafottente. Non è abbastanza dotato per arraffare una sufficienza senza aver studiato. Anzi, è superato sia dai secchioni che dai veri talenti che non hanno bisogno di studiare. È maleducato, anche. Insulta a bassa voce la maestra, che gli dà una nota e lo manda fuori. In corridoio minaccia di tirare la cartella in testa a un bidello (pelato). A casa i genitori gli dicono che deve chiedere scusa alla maestra per evitare la sospensione e lui ubbidisce, con l'aria da discolo (fintamente) pentito. Mentre una zia (fintamente) risentita lo rimprovera severamente. E, con commovente tappetino musicale da telenovela colombiana, dice che da grande vorrebbe insegnare l'educazione ai bambini d'asilo. Tipo Dracula che si propone di tenere simposi sull'emofilia. Ecco, questo è il Fogna show a NY. Stavolta però la fa davvero grossa. Ci sono insulti sessisti di mezzo. Come se quelli razzisti allo "zingaro" fossero meno gravi. La mia idea è che non sia sessista, come non era un razzista. Gli credo. Dice cose senza conoscerne il significato, come quel dodicenne di cui sopra, perché fa figo voler sembrare una "testa calda" e serve a far passare in secondo piano l'unica verità: la pochezza tecnica. E Travaglia (non certo Sampras) che gli infligge una limpida lezione tennistica.



Donne

Sloane Stephens 9. Simpatica, sexy ed elegante. Una ventata di fresca bellezza per la Wta. Che avesse anche i colpi per primeggiare lo si sapeva da oltre un lustri, senza mai esplodere a causa di carenze caratteriali e altro. Solo cinque mesi fa riprendeva a camminare. L'infortunio al piede deve averle dato quella convinzione e forza mentale che prima le mancava. Il titolo lo vince battendo Venus, di carattere e intelligenza tattica.
Madison Keys 8. Altra bellissima novità. Piace per la sua serenità e sorrisone da sorella indolente di Bugs Bunny. Bellissimo dritto e servizio da Atp, gioca un gran torneo, cui manca solo la ciliegina: una finale quasi non giocata, anche a causa dei problemi fisici.
Coco Vandeweghe 7. Il cerchio della nuovelle vague yankee esplosa a NY si chiude con la simpatica Coco. Una che vorresti portarti in giro a bere birra e fare gara di rutti. Anche lei contribuisce alla ventata di freschezza con un atteggiamento poco invasato, sorridente, da arrembante arruffona. Cede in semifinale, ma il suo maestro Pat Cash sta facendo un gran lavoro.
Venus Williams 7. 37 anni: due finali slam, una semifinale nel 2017. Le manca sempre un centimetro per l'epica vittoria, ma resta l'ultima diva. E, a chi le chiede cosa farà nel 2018 risponde, quasi sorpresa risponde: semplice, continuerò a giocare.
Anastasija Sevastova 8,5. Ride, piange, parla da sola, insulta qualcuno all'angolo, vorrebbe ammazzare fantasmi immaginari, poi ride ancora e piange. Questa è matta come un cavallo. Ma che mano. E che classe. Semplimente sublime il modo in cui ischerza, fino quasi all'umiliazione sportiva, nientemeno che Maria Sharapova: smorzata languida, morbido lob a superate la statua russa butattasi goffamente in avanti e altra smorzata irridente con la diva che sbuffa livida. Fermate tutto, il torneo femminile finisce lì.
Karolina Pliskova 5. La pitonessa abdica dal numero uno alla sua maniera: trasparente.
Kaia Kanepi 7. Tutti in attesa del ritorno di Masha, ed ecco il vero comeback di peso a Flushing Meadows: Kaiona la bella, dall'Estonia con furore.
Garbine Muguruza 5. Diventa numero uno giocando un torno pessimo. Tutto regolare nella magica Wta.
Elina Svitolina 5,5. Pestata ferocemente da Keys.
Petra Kvitova 7+. L'elefantessa felina è tornata dopo il grave incidente. Barrisce e picchia come ai bei tempi. Carattere da campionessa per battere Muguruza. E incostanza, quella per cui viene superata da Venus.
Maria Sharapova 4,5. Nessuno lo dice, ma la Masha del post Meldonium è irriconoscibile. Certo, urla, lotta, picchia con la vanga da ferma, vince un paio di match complicati, ma finisce con inquietante volto livido e sfatto, umiliata dalla Sevastova.
Simona Halep 6. Sfortunata. Visto che ormai non conta più nulla, la gioia del numero uno per una settimana almeno la meritava pure lei.
Camila Giorgi 6. Nel giorno in cui Muguruza diventa numero uno al mondo, lei che "le è (molto) superiore", diventa numero uno d'Italia e 67 al mondo.

giovedì 7 settembre 2017

LA VARRA E LA GARRA: ELOGIO DI JUAN MARTIN DEL POTRO



Solo una cosa avrebbe potuto salvare questo Us Open 2017 monco e azzoppato all'altra gamba dal simpatico Murray, da una deriva cloroformica: l'ennesimo kolossal tra Federer e Nadal (sebbene di semifinale) ancora inedito a New York o lo sbocciare di un giovanotto della nuova generazione. Nulla di più sbagliato. Dal torpore ci salva il gigante compassato, Juan Martin Delpotro.
Due, osservandolo in questa seconda vita sportiva, sono le prime parole che mi vengono in mente: "sofferenza" e "orgoglio", ancora prima di "violenza", già lampante nella prima vita. Varra e garra, martellate e carattere d'acciao inossidabile. Quattro operazioni, anni interi tra infermeria, rieducazione, tentativi falliti di rientri, altri stop in clinica, ritorno a mezzo servizio. Chiunque si sarebbe arreso, con il paracadute di un buon conto in banca e ricordi da tramandare ai nipotini. Non lui, che con orgoglio (per l'appunto) e amore per questo sport inversamente proporzionale rispetto a quello dei Kyrgios, ha insistito. Davvero una sofferenza indicibile per chi guarda in panciolle sul sofà, figurarsi per lui. Lui che a 21 anni (ora quell'età è buona per assaltare il Master NextGen al massimo) vinse proprio a Flushing Meadows spaccando il cemento e mandando al tappeto Federer, ha dovuto reinventarsi. Cambiare gioco, strategie, usare il rovescio quasi esclusivamente in agricolo slice come un Petzschner senza averne l'aria. La sua, di aria, è sempre quella del gaucho triste, afflitto da mille mali, dall'incedere lento. Agonista autentico come pochi però, quando serve esaltarsi ed esaltare patrioti o yankee che siano. In barba ai nuovi pupazzi agonisti di cartone, sempre più imperversanti, dal pugnetto incorporato.
Qualche sprazzo, sconfitte che bruciano quel ricordo. Quest'anno perde anche da Gastao Elias a Lione, per dire. Un normale top 30 che normale non è. Infatti, quando è stimolato dall'ambiente o dal prestogio di un evento, in soccorso all'atleta ormai a mezzo servizio arriva il famigerato orgoglio corroborato da attributi in titanio: exploit alle Olimpiadi o battaglie epiche in camiceta albiceleste conducendo l'Argentina al trionfo.
Il resto è storia recentissima. Rianima un torneo morente con imprese che rimandano ad eroismi antichi. Sfatto dall'influenza (perché un malanno dev'esserci per forza, manco fosse la reicarnazione di Geremia Lettiga) è sul punto di ritirarsi con Thiem prima della straordinaria rimonta. Ovvio, il Fantozzi austriaco ci mette del suo, ma varra e vanga del pistolero di Tandil sono ancora una volta da applausi.
Nella nottata poi, si prende la semifinale con altra prestazione sontuosa, buona per abbattere un Federer sfarfallante. Rispetto a otto anni fa, sembra un altro match. Delpo gioca senza rovescio, Federer serve and volley o sui due scambi.
I tanti meriti del Lazzaro argentino non  vengono meno sottolineando la giornata incerta  di Sua Divinità Celeste. Migliorato rispetto ai due match di esordio, ma lontanissimo rispetto alla versione deluxe 2017. Tatticamente suicida, offre il petto santo ai dritti dell'argentino che per poco non lo decapitano (Sua Maestà decapitato dal gentile boia gigante), e canna quattro set point che lo avrebbero portato avanti due set a uno. Forse parleremmo di una storia diversa, ma evviva Del Potro. Che Iddio ce lo conservi, anche backato.
Ora per lui c'è Nadal che ha triturato un Rublev col veloce braccio atrofizzato dall'emozione. Missione impossibile per Delpo abbattere il toro di Manacor, ma cosa vuoi che sia per chi ha superato un infortunio che avrebbe abbattuto una mandria di tori (di Manacor e non solo).

Due parole di numero per il tabellone femminile allineatosi alle semifinali: Stephens-Venus e Vandeweghe-Keys. Tripudio a stelle e strisce. Oltre all'intramontabile Venus, altre tre arrembanti giovani made in Usa. Vengono alla mente i confronti di FedCup Italia-Usa. Dream team italiano che faceva sempre un sol boccone di queste derelitte collegiali diciottenni, sbeffeggiate quasi dai nostri impettiti cantori. Ora il Dream Team non c'è più, ma le scolarette, forti anche di quelle esperienze, si giocano gli Slam tra di loro. E altre si sono perse per strada solo a causa di infortuni. Quel pazzo diceva che un politico pensa alle prossime elezioni, mentre uno statista alle future generazioni. Sarà che nel tennis ci mancano gli statisti.



domenica 3 settembre 2017

US OPEN 2017 - MIX TRA NIGHTMARE, FAMIGLIA ADDAMS E ALIVE. PRONOSTICI SICURI DEGLI OTTAVI



Uomini


Nadal-Dolgopolov. Rafinho diesel us(ur)ato, carbura grazie a tabellone da challenger di Quito. Se in giornata di grazia, Dolgo lo spazza via in tre set agili. Forse quattro, se si distrae per le mosche.
Goffin-Rublev. Altro ottavo inattefso. Ma "sti cazz e russ" quanti giovani promettenti hanno? Quasi quanto noi con Berrettini e Jimbo Quinzi. Il Richie Rich selvatico Rublev è on fire. Difficile, ma può scardinare l'ordinato (e trasparente) muro belga. Over senza dubbio.
Federer-Kohli. Se Nadal ha avuto un cammino agevolato da avversari da challengers (o poco più) su terra, Federer s'è salvato miracolosamente contro un giovane americano e ottimi, talentuosi specialisti, ma quasi ex (Youzhny e Feliciano) sempre vessati in carriera. Ora sotto con l'altro martire di lungo corso: il Kohli. Lo svizzero sta carburando. Match movimentato, ma difficile ceda un set
Del Potro-Thiem. Forse l'ottavo più interessante. Tabellone così modesto che anche un Del Potro a mezzo servizio, seppure in buona forma, può dire la sua. Spero la spunti il pistolero di Tandil, ma sarà match cruento. Vedo e prevedo 5 set.
M.Zverev-Querrey. Finisce sempre così, in barba a bimbiminchia predestinati: a difendere il nome degli Zverev la seconda settimana resta solo Mischa. Quello forte della famiglia. Compito improbo per lui, giustiziere dei mostri affetti da gigantismo. Eroe senza macchia. Dopo Isner, davanti a lui le atroci sagome di Querrey e Anderson. Ok, ho le mani sulle balle, ma non è scaramanzia. Lurch Querrey è già in finale.
Lorenzi-Anderson. Ne abbiamo viste di ogni in questo slam, ma la corsa (formidabile, eroica) del Paolino nazionale è destinata ad infrangersi contro il Fassino sudafricano.
Shapovalov-Carreno Busta. Nextgen attesi per anni, in perenne formazione psicofisica da galleria del vento, pfuah. I cavalli di razza sbocciano così, all'improvviso. E questo lo è. Il ragazzo però ha 18 anni e sei partite vinte potrebbero pesare contro l'orrido Carreno, un Ferrer moderno. 1 e over.
Pouille-Schwartzman. Uno-Ics.



Donne

Pliskova-Brady. Pitonessa facile.
Vandeweghe-Safarova. Fascinoso duello tra l'arrembante bovara scoordinata e la svenevole picchiatrice ceca. Dico Safarova in tre.
Kasatkina-Kanepi. Lungodegente, Kaiona la bella rientra e arriva in ottavi a suon di coriacee battaglie. La giovinetta sapiente Kasatkina dovrebbe rispedirla a casa.
Svitolina-Keys. Bel confronto di stili. La potenza della giovane americana e l'ordine dell'ucraina. Vince Keys contro pronostico, si spera.
Venus-Suarez Navarro. Venus vuole fare un regalo alla nipotina appena nata. Carlita già paga del buon torneo.
Muguruza-Kvitova. Finale (o semi) anticipata. Kvitova in formato deluxe è una delle poche (due o tre) a poter inpensierire la nitrente spagnola lanciata verso il titolo. Vince Muguruza, temo.
Stephens-Georges. Sloane già miracolosa nello scampare ai miei vaticini che la la davano in semifinale. Goeges senza tette sembra più aerodinamica, ma alla sua portata.
Sharapova-Sevastova. Masha eroina (nessun doppio senso) acclamata dal pubblico sadomado coi timpani lacerati. È tornata, sior-siori. Lo spermonium è alle spalle. Aperto il concorso: chi ci libererà dall'ossessiva urlatrice condannata per doping? Sevastova non credo abbia la personalità, malgrado un tennis vario e godibile. Forse Stephens. Quasi sicuramente Muguruza. Certamente la figlia di due giorni di Serena, di fronte alla quale impallidirebbe e diventando afona beccherebbe 6-1 6-2.


venerdì 1 settembre 2017

US OPEN 2017 - FEDERER ARRANCA, POI DOMA IL SERGENTE FERITO YOUZHNY



Qui Nuova York. Bollettino di guerra delle 14 dall'accampamento medico. Abbandonano la pugna Ferrer coi reumi, Zverev incapace di reggere la pressione, Kyrgios (per demenza, malanni immaginari, visioni mistiche e aerofagia), Tsonga ormai ex, Berdych ridicolizzato da Dolgopolov che gli scrive "marameo" in faccia e scappa. Sfortunato il ceco, come Tsonga. Vessati dai fab four per anni, ora che i fab four sono decimati loro non sono neppure fab eight. Ieri cede anche Dimitrov, uccellato dal teenager russo Rublev. Dopo il successo a Cincinnati pensavo si fosse fatto uomo e, complici le defezioni, a New York potesse essere tra i favoriti. Niente di più sbagliato. Chi nasce tondo non può morire quadrato. Chi nasce pollo non può morire leone.
Una sequela terrificante che unita alle già note diserzioni fa di questo slam un assoluto terno al lotto: vince chi resta vivo, o almeno in piedi. Ma non è tutto. Sul fantasmagorico Armstrong si è sul punto della sorpresa del secolo: Federer opposto a Youzhny, quasi coetaneo sergente russo ormai in congedo (per squilibrio mentale conclamato) da quattro anni buoni. Un match che, visto anche l'inizio, lo svizzero sembrava capace di portarsi a casa in meno di un'ora. Invece le cose si complicano in modo imprevedibile. Federer è la controfigura di quello dei mesi scorsi. Falloso, lento, impacciato. Ne vien fuori un confronto che sembra un match su terra del 1973, con racchette di legno. Federer è così sottotono da far rientrare il sergente di piombo Youzhny, cedendo secondo e terzo set. La sorpresa è dietro l'angolo, il sergente con un colpo di stato armato a suon di rovesci rischia di abbattere il re anziano. Sul più bello viene in soccorso la Dea Bendata: i crampi del russo, che prova a restare a galla di solo orgoglio, esalando urla bestiali.
Voglio dire, Mischa anche da giovane era lentissimo, un testone semovente con gambe di piombo e mano fatata. Ora a 35 anni lo è ancora di più. Se poi ci mettete i crampi, anche un Federer a due allora riesce a spuntarla al quinto. Contro chiunque altro sano, forse anche Mannarino o Fognini, ci avrebbe lasciato le penne.
L'impressione lasciata da Federer è pessima. Grande cosa è averla portata a casa. I problemi alla schiena sembrano superati, quello che gli manca è la condizione, non essendosi allenato a dovere a causa della schiena scricchiolante. La notizia buona è che la può ritrovare strada facendo. Quella negativa è che se non fa in fretta rischia già con Feliciano Lopez.



giovedì 31 agosto 2017

US OPEN 2017 - TRAVGLIA, FOGNINI E IL SIMPOSIO SUL BOCCHINO



Che poi la vita è così breve per dedicarla alle cazzate, ma pazienza. Tali e tante sono le cose accadute nell'ultima giornata a New York, che io decido di trattare l'annosa questione del bocchino in salsa Fognesca.
I fatti li saprete. Il nostro funambolo ligure sta perdendo, perderà, in modo sacrosanto contro il buon Travaglia. Tecnicamente ci sta. Un Fognini non in giornata può perdere da un Travaglia che ha preparato benissimo Flushing Meadows e veniva da qualificazioni giocate benissimo. 5,50 dei book era un regalo da cogliere al volo, con mano felpata.
E allora? Ancora a disquisire del Fognato? Tra chi difende l'indifendibile e chi spara su una crocerossa sgarrupata, ci sto io che mi diverto un mondo con questo assoluto funambolo del niente orrifico.
Il trentenne campioncino potenziale sta perdendo e, al solito, si lascia andare nel circense numero del genio sregolato e maleducato. Una testa tutta matta, il nostro istrione. Stavolta che s'inventa? Rivolge insulti ed epiteti inqualificabili (poco eleganti secondo giornalisti seri) alla giudice di linea: Testualmente: "troia bocchinara". E che sarà mai, questa mancanza di eleganza? Non siamo mica moralisti da queste parti. Abbiamo visto, idolatrato financo, personaggi umanamente riprovevoli come Connors, McEnroe, Nastase (anche attualmente, come capitano Fed Cup), che in quanto a sboccata maleducazione potevano dare al nostro discolo mignon dotte lectio magistralis. Però ci sono alcune infinitesimali differenza. Quelli erano fenomeni veri, campioni di razza, che con una giocata ti facevano dimenticare tutto, anche certe scenate da buzzurri. Il nostro è da anni un mediocre tennista come ce ne sono altri cento. E ancora, i Nastase e Supermac, se dovevano insultare qualcuno lo facevano a muso duro, occhi negli occhi, da uomini, consapevoli di potersi prendere warning e squalifiche, perché erano (detestabili quanto si vuole) scatti d'ira improvvisi. Gli ominicchi lo fanno girati di spalle, a mezza voce, nelle propria lingua. Suona tutto in modo pateticamente costruito, anche nella maleducazione. Perde, sa che perderà, la butta in vacca con questi teatrini di terz'ordine che fanno passare in secondo piano l'unica verità: è un tennista mediocre, che può perdere da travaglia e altri 100 top 100.
Altro ancora si potrebbe dire. Come le puerili scuse, mai complete ma sempre mascherate da giustificazione ("se pur secondo me avendo avuto ragione" è da Nobel). Di certo il nostro ha ormai scavallato, dagli insulti razzisti ("zingaro di merda...") al più becero sessimo da adolescenti tonti. Perché, a ben pensarci, anche io a 14 anni consideravo poco di buono le donne che fanno certe cose, a 15 già avevo cambiato idea. Chissà cosa ne penserà la consorte. Pietà, direte voi. Pur'io. In ultimo, la domanda sorge spontanea: ero contrario per lui e lo sarei anche per il nostro, ma se Kyrgios per un "la tua ragazza esce con Kokkinakis" fu multato e squalificato qualche mese, a lui daranno l'ergastolo con isolamento diurno?

Via, passiamo alle cose serie. Nessuna sorpresa tra le donne, autentico tsunami in un già zoppo tabellone maschile nella parte bassa. Fuori il favorito per la finale Zverev, giustiziato dall'altro nexgen Coric. Se davvero questi due robottini esagitati si giocheranno gli slam nei prossimi anni, c'è da rabbrividire. Continua invece la marcia devastatrice del tornado biondo Shapovalov. L'ultra nextgen stronca senza pietà uno Tsonga ormai agli sgoccioli. Non diciamo nulla per scaramanzia, ma in alto i cuori.
Crescono le quotazioni di Cilic, Isner e Querrey. Tra questi uscirà un finalista da Famiglia Addams, potete scommetterci. Occhio però a Lorenzi (meraviglioso) e Fabbiano (commovente), uno di loro può lanciarsi verso il super saturday. Dall'altra parte tutto stabile, Federer annaspa, Nadal non incanta, entrambi rischiano d'essere uccellati da Dimitrov.

martedì 29 agosto 2017

US OPEN 2017 - IL TRISTE, PROLUNGATO, VIALE DEL TRAMONTO DI ROBERTA VINCI



Frizzi e lazzi nella giornata inaugurale, dedicata alla parte bassa del tabellone maschile. Di più elettrizzante solo un monologo di Travaglio che ammicca e fa "slurp" con faccia seducente, parlando di una sindaca Raggi non impeccabile, ma sempre meglio di Nerone o di un attentato dell'Isis.
Giornata nazionale degli orridi pinnoloni made in Usa, tra Isner e Johnson, nella quale si perde per strada il calzino Sock. Guest star Zverev e Cilic, che vincono senza incantare. Nessun problema per le favorite nel tabellone femminile.
Ma le prime giornate (e quando se no?) sono tutte dedicate agli eroi tricolori. Bene Lorenzi che batte Sousa (tra le poche certezze della vita, oltre alla chioma intonsa di Morandi, c'è che Lorenzi quando può vincere una partita alla portata, lo fa) e il trullo volante Fabbiano che regola l'aussie anni '70 J.P. Smith.
Succulenta la giornata per le nostre donne. La giovane speranza Giorgi cede nettamente a Rybarikova (una che gioca ancora al tennis). Ora, il match era (opportunamente) lontano dalle telecamere, ma si può ugualmente azzardare come sia andata. La slovacca abusa di slice e la nostra, smarrita, va in corto circuito. Le si fonde i cervellone elettronico impiantatole dal Dott. Frankenstein. "bzzzz...puk...pak...plop" scintilla, amen. Lo sappiamo, basta che la nostra eroina trovi un'avversaria brava a tenerle bassa la palla e va fuori giri. Pensa di poter controbattere tirando ugualmente un vincente dritto per dritto contrario a ogni legge balistica (tranne quella - da Nobel incompreso - di Sergione) col risultato che spara orrendi homerun che vanno a falcidiare gli incolpevoli baraccati sull'Hudson. Dovrebbe farli usare la sindaca (inconsapevole) di Roma al posto degli idranti.
Capitolo a parte quello di Roberta Vinci. La tarantina partiva nettamente sfavorita con la Stephens, america in buona forma e destinata ad arrivare in fondo. Roberta va anche oltre le aspettative, giocando un primo set di dignitoso orgoglio. In realtà, da oltre un anno, il suo è un pesante, imbolsito, svogliato, cammino sull'interminabile viale del tramonto. Niente di male, forse così deve essere un addio. L'eccezionalità sono i ritiri improvvisi, quando ancora si è al top. Il suo però è rivestito di una malinconia strana, perché da mesi sembra trascinarsi non perché non ce la fa più, ma perché non ha più nessuna voglia. Non ha più nulla da dire e da dare. È palese, guardando un suo match. Insomma, Vinci è sospesa tra una Schiavone che, pur non essendo competitiva ai massimi livelli, si diverte ancora a lottare e Pennetta che, dopo epocale botta di culo (congiuntura astrale, se volete) vinse uno slam e salutò la compagnia. Permettendosi pure, dall'alto del suo strabiliante slam, di elargire consigli a quel tale inesperto Federer ("Roggger, vinci st'altro Open d'Australia e poi ritirete da vinccento. Fai come amme" - e arrivanono gli infermieri -).
Vinci avrebbe voluto smettere dopo quella finale a NY, se fosse andata in modo diverso. Invece si è trascinata stucchevolmente tra imploranti "continuo o no?" per attirare attenzioni che puntualmente venivano rivolte ad altre. Errani tortellinizzata, Pennetta partoriente, etc...lei, quasi ignorata, se non emarginata dai massimi vertici.
Ieri dopo la sconfitta dichiara "il tennis non è più una mia priorità". Ce n'eravamo accorti.


sabato 26 agosto 2017

US OPEN 2017 - TABELLONE, FAVORITI E SCOMMESSE



Uomini

Tabellone così sbilanciato da pensare l'abbia sorteggiato Totti o qualche prussiano tifoso del giovin virgulto Zverev.
Tutti nella parte alta, dove l'ipotetico classicissimo di semifinale Federer-Nadal è messo a rischio da outsider assai temibili. Son tutti lì, come tonni d'assalto: Dimitrov, Kyrgios, il grande Fogna (i Berdych). Tamarreide Kyrgios (prendetelo come presagio di sventura) negli ottavi per un Federer acciaccato potrebbe essere letale. Uno svizzero in condizione non avrebbe problemi, anzi vincerebbe il torneo in infradito, ma i malanni alla schiena santa mettono tutto in dubbio. Bisogna vedere anche in quale settimana sarà l'australiano: se in quella in cui si crede tennista o quella in cui sente di voler fare il coltivatore di pomelie a Sydney. In questo caso, perde secco già con Querrey al terzo turno.
Discorso diverso per Nadal. Quello visto nell'estate Usa è ben poca cosa. Dalla sua il tre su cinque e la proverbiale capacità di carburare. Passato l'ostacolo Fognini (bestia nerissima), gran classico contro Dimitrov. Il bulgaro principino perdente, reduce dall'exploit di Cincinnati, si trova più o meno nella stessa situazione di Melbourne. Allora capottò fantozzianamente sul traguardo contro il maiorchino. Stavolta può sovvertire tutto e scombinare il tavolo.
Parte bassa clamorosamente più spoglia. Niente sembra ostacolare l'esplosione definitiva, laurea da major, di Alexander Zverev. Se non quei capelli atroci. Se Federer alza bandiera bianca, è lui il grande favorito per la vittoria finale. Defezioni a go-go e sorteggio da sogno. Tra lui e la finale, qualche palo della luce (Anderson, Sock, Isner) e i fantasmi infermi di Cilic e Murray. In che condizioni sarà lo scozzese? Se sta in piedi può anche andare avanti. Altrimenti buco di cui può approfittare qualche miracolato di terza fascia: Ferrer, Ramos, Carreno o (troppa grazia sarebbe) il giganteggiante Shapovalov.
A mio umilissimo avviso, le semifinali saranno quasi certamente:
Dimitrov-Kyrgios
Zverev-Ferrer




Donne

Ah, beh. Turarsi il naso e provare a leggere il tabellone.
Parte alta: Pliskova-Svitolina è la semifinale sulla carta. Il vintage di Kuznetsova o Radwanska (insidiate dalla giovinetta Bellis) sulla strada della pitonessa ceca. Prima ancora i pericoli vengono dalla gnappa Strycova o (volesse il cielo) dall'adorabile Townsend, tutta ciccia e talento. Svitolina deve guardarsi da insidie tremende assai: la trucicomica russoaustraliana simpaticiccima antipatica Gabrilova e poi negli ottavi quella Keys per me seconda favorita del torneo dopo Muguruza. Nei quarti eventualmente Kerber (se l'hanno rigonfiata dal gommista) o l'appannata campionessa di Parigi
Ostapenko.
Parte bassa più interessante, per il probabile inserimento di vecchie lenze. Sulla sarebbe Muguruza-Halep. Non si può certo dire che la spagnola non debba sudarselo questo titolo. Sulla sua strada il fenomeno marchigiano Camila Giorgia (che, bene rammentarlo ai più distratti, "è moooooolto più forte della Muguruza. Ma mooooolto davvero..."). Poi Kvitova, in condizioni incerte ma sempre col dna da campionessa e Wozniacki. Ammesso che Venus non voglia piazzare l'epica zampata d'autore.
Halep ha un esordio non proprio banale, contro Maria Sharapova. La Masha del post spermonium è una via crucis di infortuni, apparizioni sporadiche come la madonna di Medjugorje urlante e patetici tentativi di provocare una Serena partotorienta da cui s'è beccata circa 21 k.o. consecutivi (forse tra gli effetti collaterali del meldonium ci sarà il masochismo autolesionista. O la totale demenza), ma nel match singolo può dire la sua. Poi il topo operaio Halep incoccerebbe la temibile Stephens o Konta. Occhio alle outsider Vekic e Barty.
A mio modesto avviso, io che non sbaglio un pronostico dal lontano 1995, le semifinali, dall'alto in basso, saranno certamente:
Pliskova-Keys
Muguruza-Stephens

Fate pure il vostro pronostico per le semifinali. Al vincitore andrà un ricco premio: due crocchè, tre panelle e un mio selfie del 2013 a Roma con Vika Azarenka, che, paonazza dopo l'allenamento, rutta allegramente.

lunedì 21 agosto 2017

L'ESTIVO DEBOSCIO



L'inizio del degrado va fatto risalire a Mtv, canale del disimpegno che ha abituato i giovani a non pensare. Il drammatico punto di non ritorno nel volto di Camila Raznovich. Ha pienamente ragione il sedicente filosofo marxista rossobruno Fuffaro. Prezioso e puntuale come una cistite e da qualche giorno mio unico punto di riferimento culturale (scalzando proditoriamente Marione e Bracconeri).
Mi permetto di completare la, pur mirabile, analisi socio-psico-filosofica, affermando che l'inizio del deboscio ebbe inizio ancor prima di Mtv, coi capelloni e le minigonne, senza trascurare il grammofono (come giustamente rimarcò Troisi a Robertino).
Sarà colpa di questo degrado, della generazione di egomaniaci sefatori mondialisti della decrescita figli del Mossad, se mi trovo oggidì a commentare le vicende del Masters 1000 di Cincinnati, masturbandomi.

La storia di questo 2017 è abbastanza chiara. Cadono tutti, come pere mature. Djokovic, Wawrinka, Murray, Cilic, Nishikori in officina a farsi riparare le ossa rotte. Nadal e Federer, come due gladiatori rimasti in piedi, hanno dominato la prima parte della stagione, dividendosi più o meno equamente i bottini. In questa estate americana, però, trovatisi a lottare per la prima piazza mondiale, mostrano anche loro il fianco all'umana usura: Nadal francamente impresentabile, Federer ai box.
Montreal, ma soprattutto Cincinnati, diventano due modesti tornei atp 250, allungando la scia dei 250 post Wimbledon con campo partecipanti da Challengers. Vien da dare ragione a chi chiede un calendario meno pressante. Piuttosto che creare nuovi 1000 o quinti slam, toglierne almeno un paio.
Altrimenti si rischia di assistere allo scempio di Cincinnati. Riesce a vincere addirittura l'algido Principe di tutti i perdenti, Grigor Dimotrov. Vittorioso su Kyrgios, re di tutti i tamarri, che ha il dono di saper giocare a tennis, ma odia il tennis e vorrebbe cimentarsi nel basket o fare il pompiere. Che si annoia quando c'è poco pubblico e si esalta nel mezzo di arene infuocate. Tranne poi tradire l'emozione nella finale con tribune stracolme.
Vince Dimitrov, insomma. Che non sarà un NextGen cui vaticinare improbabili domini, ma un Gen di mezzo sommamente perdente, trovatosi lì per caso, dopo anni da inconcludente predestinato. Bravo a vincere un 1000 battendo i coriacei Banzai Sugita, Palo della cuccagna Isner, il giovanotto Ferrer (nuovamente ebbro di nicotina) e il già citato Kyrgios che non sa cosa vuol fare da grande. Forse il carpentiere a Bellinzona a 1000 euri.

Discorso diverso tra le donne. C'erano tutte le rampanti protagoniste della lotta al numero uno nel breve interregno tra la Serena pre e post parto (o un'esplosione definitiva di Camila Giorgi). Tra la pitonessa a sangue freddo Pliskova e l'operaietta Halep, la lotta era elettrizzante. All'ultimo punto. Garbine Muguruza, tornata versione Terminator, finisce per abbattere entrambe con terrificanti colpi di mannaia. Basterà trovare tre mesi con questa continuità, ma anche meno, per diventare numero uno. Di certo più credibile delle varie Kerber, Halep, Pliskova.

Messaggio ai naviganti: presto o tardi, data la particolare macchinosità nel postar frescacce, allegare foto e video (stile Gue Pequeno), codesto diario verrà trasferito su altra piattaforma. Non so ancora se sarà Russò, Fasebuk, Tinder, l'instagram o Badoo. Vi terrò aggiornati.

lunedì 14 agosto 2017

Il RAGIONIER INFERMO FEDERER, Il ROBOCOP SMILZO ZVEREV, URAGANO BIONDO SHAPOVALOV, BRIDGET JONES SVITOLINA: NEWS DAL CANADA

Pagellame alla rinfusa

Qui Montreal. Di scena gli ometti, al solito falcidiati da quella strana sindrome da lebbrosario abbattutasi sull'Atp. Rapida carrellata, da destra a sinistra: Murray con l'anca ballerina, Djokovic frattura all'ipofisi e affaticamento all'avambraccio, Stanimal Wawrinka ginocchio a pezzi, Cilic con problemi alla gobba, Nishikori per cui si teme la frattura da stress youporn del polso.
Restavano solo Nadal e Federer, invecchiati come il buon vino, a contendersi titolo e prima piazza mondiale. Ancor di più perché, oltre ai big lungodegenti, anche i secolari vessati di rincalzo mostrano una forma da reduci di Formentera con Bobo Vieri. Rischia di entrare in tabellone anche Adelchi Virgili. Di certo, occasione ghiotta mancata da Fognini (assente) che avrebbe potuto prendere l'onda lunga per arrivare alle Finals di Londra.
Finale scontata, ma ecco la sorpresa. L'acuto. Straripante, innarrestabile e apocalittico come un assolo di Yngwie Malmsteen d'annata. Ha un nome e un congome: Denis Shapovalov (8,5). 18enne canadese nato in Israele da genitori russi, fino a ieri conosciuto dal pubblico generalista solo per aver quasi orbato con una pallata un giudice di sedia in Davis, a 17 anni. Oh-la. Finalmente ecco un NexGen coi controfiocchi da poter seguire con simpatia. Sarà perché non è un NextGen ma un XXNextGen, classe '99.
Lo seguo con trepidazione nel match (ampiamente alla portata) contro il montone brasileiro Dutra Silva, che porta a casa di carattere più che coi colpi, di cui pure straripa. Poi la pre epifania, quando giustizia senza tremare gli umili resti di Del Potro (5,5 di stima, ormai si soffre nel seguirlo), l'epifania somma arriva invece nell'incontro con Nadal (5). Gioca bene, regge, perde il primo, lotta nel secondo. Sembra cedere con onore mostrando gran servizio, bordate di dritto, rovesci pieni che è una goduria, fino a che oltre ai suddetti colpi non ostenta anche altro del suo bagagliaio: palle e trance agonistica davanti al suo pubblico. Non solo vince il secondo, ma tiene nel terzo e la spunta allo sprint con Nadal, che non sarà il miglior Nadal (ma sul veloce, questo è, a meno di rinascite stile 2009) ma quando si tratta di vincere partite agonistocamente tirate, lascia sul campo anche l'ultimo coriaceo bulbo pilifero. Chiedere a Dimitrov in Australia, il pollo elegante Dimitrov (4,5). Non male per un diciottene che, non contento, si conferma anche battendo nel post epifania contro l'ermellino di Francia Mannarino (7, delizioso tennista femmina). Perde solo, ma senza sfigurare, contro Zverev, verso cui paga due anni di differenza. E a questi livelli contano.
Lungi dall'esaltarsi, resto curioso di vederlo fuori dal Canada. Ma le premesse sono buone.
La finale è tra Zverev e Federer. Il giovanotto predestinato e il vecchio immortale. Il russo tedesco, dopo i disastri su erba (ancora ci capisce poco), è sempre più solido e maturo, pronto per l'assalto slam. Per batterlo, mi dico, lo svizzero dovrà alzare l'asticella, dopo un torneo condotto al piccolo trotto, gestendosi parsimoniosamente (non è da lui). È bastato e avanzato per battere avversari di cilindrata minore. Avendo accettato last minute di giocare il torneo per rosicchiare qualche punto a Nadal in ottica primo posto mondiale, normale fosse poco rodato. Lascia anche un filo di barba per rendere più evidente la trascuratezza.
Il famoso aumento di marcia in finale non c'è, non può esserci. Anzi, pare addirittura infermo. Servizio "mollo", back a metà rete, frenesia nei colpi e non verbale che urla "finiamola alla svelta", come spesso gli è capitato quando non è al meglio. Più attento a non farsi male che a provare a vincerla.
Una domanda sorge spontanea su Federer (6), che dopo la versione stellare ci mostra anche quella umana, da ragioniere sofferente. Era proprio necessario rischiare di farsi male e compromettere la vittoria dagli Us Open (in cui parte favorito) per questi calcoli da ragioniere e il numero uno in classifica? Evidentemente tiene più a quello che a un altro Slam.
Zverev (8) raccoglie senza impietosirsi. Sempre più solido e pronto. Zazzera improponibile da Supersayan (tosategli quei capelli in modo cristiano: o lunghi o corti, diosanto. Con quel nido in testa rischia che un chiurlo gli deponga le uova al cambio campo), fisico allampanato da Ivanisevic senza averne la classe, è adattissimo e progettato per il tennis 3.0. In principio li chiamavano pallettari, poi regolaristi, quindi attaccanti dal fondo regolari, poi contrattacanti...fate vobis, la sostanza non cambia.


Qui Toronto, di scena le donne. Torneo che è il quadro dell'abisso in cui è sprofondata la Wta. Non tanto per le assenze, pure qui notevoli: Serena gravida, neomamma Azarenka impegnata in spiacevoli querelle familiari, Sharapova orfana di Spermonium ormai un giorno rotta e l'altro pure (sorge una domanda al turpe dietrologo complottista: non è che davvero ci siano sostanze come il Meldonium proibite perché, pur non migliorando la prestazione, coprano l'uso di anabolizzanti o ne attutiscano effetti dannosi? Comincio ad aver dubbi).
Pochissima roba quel che si vede. Scenario tetro, simile a una convention degli scappati dal Pd, Speranza, Bindi, Bersani e forse Raul Casadei. Davvero Karolina Pliskova (4,5) è numero uno al mondo? una cosa lunga e secca, semovente e senz'anima, che tira gran colpi piatti. Se la pungi, dalla Dracula in gonnella non esce sangue, ma gas nervino. Gioca ogni punto in modo uguale, senza badare al punteggio. Un po' come Giorgi, senza la frenesia insensata della nostra.
Ma che dàvero Angelicona Kerber (3,5) è stata numero uno? Presa a pallate da una ritrovata Stephens (7), è un salvagente da mare sgonfio a forma di hot-dog arenato a riva. Ma sul serio mi dite che la più credibile numero uno futura è Garbine Muguruza (5)? A Wimbledon era parsa un prodigioso mix tra Varenne, Nadal e l'incredibile Hulk. In Canada è un teletubbies. Seri nel propinarci Halep (5) come possibile reginetta operaia?
Non è provocatorio dire che Serena, se avrà voglia, dopo la maternità potrà vincere per altri 10 anni. E che Steffi Graf (48 anni), allenandosi un po', farebbe ancora la sua bella figura.
Orrenda finale come logica conseguenza, tra l'eterna "non abbastanza" (bella, affascinante, potente, regolare, tecnica, etc...) Wozniacki (7) e Svitolina (8), dominata da quest'ultima. Buona e intelligente maestrina, Bridjet Jones di una Wta in disarmo.


mercoledì 9 agosto 2017

È SOLO UNA TRAGICA, VILE, INGIUSTIZIA



Avevo promesso a un'anguria di non scriverne più. Di dedicarmi piuttosto alla barba di Bargiggia (la pettina? Usa la cera o la lacca? Pettinino o spazzola?). Al limite cianciare di tennis. Ma l'avete visto Shalopalov? Quale irruente sontuosità. Erede mancino del grandioso Dancevic. Finalmente ho un nextgen da idolatrare.
E invece no. Capita, con la stessa masochistica morbosità che ti spinge a guardare Vespa sugli omicidi estivi, di rivedere il filmato della conferenza stampa di Sara Errani.
Uno spettacolo agghiacciante.
L'italiana doveva fornire spiegazioni a giornalisti incalzanti, sulla squalifica (ripeto, squa-li-fi-ca) per doping. Invece finisce in teatrino pietoso. Non solo i giornalisti non chiedono, ma si trovano a subire le invettive della tennista (squalificata), sulle false notizie riportate dai giornali. Che come io sono una professionista (squalificata per doping), dovete esserlo pure voi (non scrivendo che è stata squalificata per doping). Falsità che hanno cercato di rovinare il suo onore, e per cui ora pretende scuse e titoloni. Quali titoloni? Scusarsi di aver messo sullo stesso piano l'anastrozolo e il letrozolo per cui è risultata positiva (e che pare più potente dell'anastrozolo erroneamente citato)?
Un irripetibile mix tra Bobo Vieri e Donald Trump. Manca solo che, come il Bobone nazionale, parta col proditorio "sono più uomo io di tutti voi messi assieme". Possibile abbiano accettato tutto questo e non se ne siano andati? Forse quelli veri erano in spiaggia.
Tralascio la storia della madre, verso cui ci sarebbe stato poco rispetto. Non ho letto, nemmeno nelle peggiori fecce social, battute sulla madre malata. È stata lei e il suo staff a tirarla in ballo nella difesa. Pretende che non si citi nemmeno?
Sarita non si difende, ma attacca. E lei da attaccante, come sul campo, lascia a desiderare.
È un fioccare di domande scomodissime, da parte dei giornalisti bastonati: "Farai ricorso? I punti in FedCup contano? Riprenderai dai tornei minori? Solidarietà dai colleghi? Ti senti vittima di un'ingiustizia?". Solo uno abbozza sottovoce dei rapporti col medico De Moral. Il luminare di Armstrong. Sì, conferma, c'è stata, ma solo una volta per un controllo sotto sforzo prima della stagione. Sicuramente inopportuno, ma nulla più. Leggerezza, come chi va a farsi l'esame del sangue da Dracula. Finalmente un altro le chiede, con la testa sotto i suoi santissimi piedi, come mai quattro mesi di silenzio. Ovvio, perché non aveva fatto niente e sperava in una assoluzione in carrozza. Easy.
Ad ogni domanda la stessa solfa, un po' a braccio, un po' leggendo il discorso preparato. Con la faccia dura e il cipiglio di chi è vittima di un'ingiustizia. Della Wada, degli haters, dei giornalai. Da colpevole cui hanno dato le attenuanti a vittima e martire, è un attimo.
Basta dire falsità. C'è bisogno di verità e lei la ripete a più riprese, la verità: è stata squalificata per l'assunzione di cibo contaminato da una sostanza che non porta benefici alle donne, ma solo (blanda) agli uomini.
Ora, tra i giornalisti accusati di aver detto falsità, ce ne fosse stato uno a dire che no, non ci sembra tecnicamente corretto ciò che dici, santissima (sempre con la testa sotto i suoi piedi): lei è stata squalificata perché positiva a una sostanza dopante, inserita nella tabella dei farmaci proibiti dalla Wada perché non è una spremuta di melograno, ed è stata graziata con soli due mesi perché hanno creduto alla sua (strampalata o meno, sta all'intelligenza di chi giudica, sempre che sia concesso ancora) tesi difensiva della contaminazione da cibo, brodo di tortellini. Un po' differente come cosa, sempre con la testa al suddetto posto.
Sul fatto che il farmaco non porti vantaggi alle donne ma solo agli uomini, nessuno (figuriamoci) a chiedere numi su come mai allora risulti nella lista di sostanze proibite dalla Wada anche per le donne. Non si capisce. Un qualche sostegno scientifico alla tesi, in verità mai sentita nemmeno da Banfi in un medico in famiglia. Niente, silenzio tombale, e scuse sottovoce. In fondo è solo una tragica, vile, ingiustizia.



martedì 8 agosto 2017

ERRANI, DOPING, TORTELLINI, SCIE CHIMICHE




La notizia è di quelle inattese, da gelare il sangue nei polsi. Grignani trovato positivo all'alcoltest? No, Sara Errani (la nostra, Sara Errani) "non negativa" a un controllo antidoping. Che "positiva" sarebbe risultato sin troppo brutale e traviante. Si tratta del Letrozolo, sostanza presente in un farmaco usato in casi di cancro al seno e vietato perché, in assenza di esenzioni terapeutiche, rientra tra gli "stimolatori ormonali e metabolici". La sostanza, chiariscono esimi luminari, aiuta a coprire eventuali tracce di anabolizzanti. Anabolizzanti che non sono stati trovati. Quindi avrebbe coperto egregiamente. Pochi cazzi, è scienza. C'è da restare sgomenti. Delusi. Il controllo è avvenuto a Febbraio. Da allora, conosciuto il fatto, mamma Fit, lungi dal considerarsi parte lesa dalla tesserata che avrebbe barato, ma lesissima dalla eventuale squalifica, lavora straordinariamente nell'ombra. Un plotone di Perry Mason per stendere la vibrante difesa del vero (la non colpevolezza). Nel frattempo la convoca anche in Fed Cup, le assicura una Wild Card (negata al rottame Schiavone) a Roma. Non lascia trapelare nulla alla stampa (bravi loro e/o incapaci i segugi giornalisti?). Eppure, le prestazioni e la tenuta psico-fisica di Errani qualcosa dovevano dire circa la non serenità dell'atleta.
Niente, il dispaccio d'agenzia arriva solo poche ore prima della sentenza Itf: due mesi di squalifica, perché si è creduto alla buona fede della romagnola. Lavoro spettacolare della difesa. Immagino la travolgente arringa. Il motivo è presto detto, lo spiega la stessa Errani in un comunicato di straordinaria e umana sincerità. Non tiriamo in ballo i dopati veri di Taiwan o russi, lo Spermonium anti asma di Masha, candidmente assunto per i dieci anni in cui era lecito e (per incuranza) qualche mese dopo la sua messa al bando. Qui no, ragazzi. Non c'è frode retroattiva. La nostra è italiana, è una pura, si vede a occhio nudo quanto vada, andasse, andrà sempre a pane e salame (capocollo, al limite).
I soliti malpensanti avvoltoi avevano anche riesumato quelle balle da spogliatoio sul chiacchierato rapporto con medici spagnoli invischiati in processi di doping. Tutte cazzate. La nostra lo spiega in modo chiaro. Non si può non crederle: sarei pazza - lascia intendere - ad assumere un farmaco antitumorale, che porta a gravi conseguenze fisiche. E lei non è pazza. Infatti - leggo - la sostanza incriminata era contenuta in un medicinale presente a casa dei genitori, ove l'atleta si trovava, in uso alla madre. Come abbia potuto assumerlo, nemmeno lei lo sa. Prova a fare ipotesi, immagino sconcertata e sostenuta dai legali. La più plausibile riguarda il brodo dei tortellini, preparato dalla madre, nel quale potrebbe essere finito qualche nanogramma volante di Letrozolo, o gocciolina di sudore contaminato. Proprio per dimostrare l'esiguità della sostanza, dichiara di aver fatto un test dei capelli con esito negativo. Test non ammesso nel processo per un cavillo. Quale, non si sa. Forse ammaliati dalle prove sui tortellini, i giudici avranno pensato fosse superfluo.
Sara ribadisce di non aver mai assunto in modo involontario questo farmaco. Mai in modo volontario? Freud o errore di battitura? Penso la seconda, malfidati. Ci sto dentro, le credo. Io, che poco ne capisco e non sono un Ris, ho fatto un altro "penzamento". E se la colpa fosse di una zanzara che ha punto la madre e poi la nostra, incolpevole, tennista? Può essere, ma alla Itf sono bastate le altre prove presentate dai nostri legali. La Fit, poco dopo, dirama un comunicato in cui dichiara di essere al fianco della sua atleta, fornendo tutti gli strumenti scientifici e legali. I soldi, quando ci sono, vanno spesi bene. Atleta, si legge con piglio marzialmente littorio ai tempi della campagna in Abissinia, "caratterizzata da senso del dovere e dirittura morale". Patria, sangue, suolo.
Ora però, il sentimento è ambivalente. Se è vera, come è vera (e credibilissima), la storia dell'assunzione accidentale di farmaco antitumorale anabolizzante per contaminazione da tortellini (o cappelletto, secondo teoria giurisprudenziale minore) in brodo (senza panna), due mesi di squalifica sono uno sproposito. Una somma ingiustizia. Una specie di complotto. Se le scrupolose motivazioni addotte sono considerate valide dalla Itf, si dovrebbe andare a fondo e mirare a una cancellazione totale della pena. Perché, non scordiamolo, pena c'è stata e finirebbe per macchiare una carriera adamantina.
In Italia, leggo qualche commento. Sui social la suburra internauta si scatena con battute dozzinali su tortelli in brodo dopati, Giovanni Rana, etc. All'estero ridono amaro per queste scuse, il doping involontario da contaminazione ambiental culinaria non li convince, sembra una scusa più grottesca del bacio cocainico di Gasquet. Sono in malafede, gli stranieri. Ma non passa lo straniero! I più autorevoli giornalisti italiani invece (compreso me, che non sono giornalista ma resto autorevolissimo), proni, credono ad occhi chiusi alla verità di Sara. Ma proprio tutti. Anche quelli scettici riguardo all'uomo sulla luna e complottisti vari da scie chimiche e false flag, stavolta credono al tortellino contaminato. Ed io, ovviamente, con loro.
Il mio gatto invece, mi guarda strano. Lui, forse perché odiatore professionale, è colpevolista. O, almeno, non crede alla contaminazione. Anzi, una scusa simile dovrebbe portare l'aggravante di abuso dell'intelligenza felina. Il felino è diffidente per natura. Blatera di un doping sempre più raffinato, subdolo. Mica c'è più il bombone à la Fantozzi durante la Coppa Cobram o gli anabolizzanti vivi di Ben Johnson. Ora corre sul filo. È fatto di sostanze lecite create per curare asma, diabete o cancro, che assunte scientificamente a piccole dosi (in persone sane un dosaggio normale avrebbe effetti nefasti) hanno effetti dopanti, o mascherano il doping o ne attenuano effetti dannosi. Ci arrivate o no, voi bipedi? Sembra dire. Il felino è un odiatore nato, non va preso in considerazione. Io credo a occhi chiusi nella buona fede di Sara. Credere, obbedire, combattere. Fosse una Williams o Sharapova chiederei l'ergastolo al 41 bis con isolamento diurno e notturno. Oltre alla restituzione di tutti i premi vinti in carriera.

Qualcuno penserà che sono pazzo a scrivere queste cose. Smentisco. Ho solo assunto accidentalmente, per contaminazione, Lsd sbevendo una birra assieme a un tossico. O forse canapa passando in macchina davanti a una piantagione abusiva. Chiedo il pieno proscioglimento per le cazzate scritte.

domenica 30 luglio 2017

FOGNINI SPIEGATO DA BUKOWSKI, DOPO UNA PEPERONATA

In un delirante lampo di autolesionismo dettato dai peperoni ripieni, sono spinto a scrivere un pezzo serio su Fabio Fognini, che ha appena vinto l'Atp
250 di Gstaad. Per carità, niente di così estremo, ma comunque un bel risultato in linea con i trionfi estivi degli ultimi anni, in tornei dopolavoristici snobbati da top players in vacanza. Pensavo fosse Umago il luogo ideale per il solito trionfo in ciavatte, ma il giovin Rublev (reo di prender righe) gli aveva sbarrato la strada. Gstaad invece, coi suoi alberghi a venticinque stelle, il clima temperato che ne ha limitato il tappamento di vene, si è ben prestato all'impresa.

Ovvio che scrivere un pezzo serio e obiettivo, visto il personaggio, mi risulta complicato. Poi, ammetto, sarei come Fonzie che fatica a dire certe cose. Mi sono dunque assopito con l'idea di quel pezzo, prima che gli incubi da peperoni facessero il resto e il pezzo si è dipanato, naturale come uno slice di Petzchner che bacia l'incrocio delle righe.
Nel sogno ero Fabio Fazio e avevo di fronte Charles Bukowski. Che non era mica morto, ma vivo e vegeto. Se ne stava sul divano, completamente nudo, con una mela sul cazzo e un pollo in testa. E guardava, rapito, un concerto di Fedez alla tv. Buk appariva assai provato, col volto scimmiesco abbacchiato, dopo una giornata durissima: ha presentato il libro della Lucarelli, scalato la Marmolada con Facci, partecipato a un convegno sulle scie chimiche di Sibilia, assistito a un monologo estasiato di Scanzi (dalla Gruber) sul bravissimo Dibba e, dulcis in fundo, ascoltato La Zanzara di Cruciani in taxi. Sembra provato. Non se l'è sentita di partecipare anche al dibattito con Travaglio che, sibillino, parla dei lati oscuri degli eroi antimafia Grasso, Mattarella, e quel Gesù non così santo e martire.
Dopo una simile giornata, Hank dichiara di voler smettere di bere, ordina una coca cola zero e un thè verde on the rocks con essenze di zenzero del Madagasgar. Rompo subito il ghiaccio:
- Maestro, che ne pensa di Fognini nostro?
Ragazzo, ti manca qualche rotella o sei andato in overdose da succo di mirtillo?
- No, chiedevo così tanto per. Immagino sia stata una giornata estenuante la sua...
Più che estenuante, surreale. Doveva vederli, praticavano asfissia autoerotica, ebbri dei loro miasmi intestinali. Terribile. Il vostro paese sembra un tendone da circo piantato in un manicomio.
- Certo, non è che voi americani con Trump stiate meglio...ma immagino, visti i personaggi che ha incontrato. E non ha ancora sentito Saviano.
No, Saviano mi piace. Vien voglia di accarezzargli la testa d'uovo. Poi a lui dobbiamo Gomorra. Io amo Gomorra, amico. "Ce ripigliamm tutt' chell' che è o nuost'". Fantastico.
- Ok, ma Fognini le piace? Sa, qui da anni il ragazzo divide l'opinione pubblica. È un personaggio strano, controverso...
Ragazzo, allora sei completamente fuori di melone. Pratichi anche tu asfissia autoerotica o ti masturbi a cazzo moscio come quei pazzi? In un paese dove la legge sulle unioni civili l'ha fatta un tizio considerato di destra da chi è contro l'apologia di fascismo, è contro i vaccini, crede alle sirene, vede scie chimiche, non crede all'allunaggio...Fognini per voi è uno strano?
- Ah, ok. Quindi le piace?
No, mi sta sul cazzo. O meglio, a tratti mi fa tenerezza. Non è uno cattivo, ma un buono che vuole fare il cattivo e diventa ridicola macchietta di sé stesso.
- Sì, ma ha un gran talento. Se solo mettesse quella testa matta a posto starebbe nei primi 5 in pianta stabile...
Ora è chiaro, amico. Non capisci un cazzo di niente. Sembri Fazio senza i soldi di Fazio. Il problema è la vostra fame atavica di campione. Siete come i morti di fica. Cercate il campione da quarant'anni e non vi accontentate di avere un buon giocatore e nulla più. Il migliore del dopo Panatta. O preferivi neuro Canè, Camporese, Gaudenzi, Caratti kid, Gianlucone Pozzi? Ma voi italiani credete nelle scie chimiche e in Fognini top 5...l'hai visto l'incontro con Gulbis? Il lettone è tutto ciò che Fognini vorrebbe essere. Talentuoso, svogliato, pazzo, perdigiorno, geniale. Il vostro è uno normale, e non se ne fa una ragione. Voi non ve ne fate una ragione.
- Se solo avesse la testa di Ferrer, però...
E se Marilyn avesse avuto il cazzo sarebbe stata Marilyn col cazzo.
- Quindi? Non la seguo più.
Caro il mio coglionazzo, Fognini è un bel leprotto. Ha grandi doti difensive, buona mano. Se ispirato per almeno due set come contro l'impiegato del catasto Bautista, riesce a passare dalla difesa all'attacco, variare e vincere. O giocare match divertenti, fini a ste stessi, contro top player. Vale i primi trenta, ma smettetela di farvi le seghe pensandolo top 5, 3, manica di pipparoli.
- Ok, maestro. Quindi per lei il fenomeno taggesco avrebbe dei limiti tecnici oltre alla testa?
Ha un servizio di merda, per esempio.
- Certo, ne convengo. Col servizio di Isner non ce ne sarebbe per nessuno.
E Isner con le gambe di Fognini avrebbe vinto sessantatrè slam, tre gramny e due oscar del cinema porno. E se la Littizzetto avesse il culo di Belen sarebbe una con un bel culo che fa battute ripugnanti.
- Chiaro.
Hai finito ora? Via, sciò, che devo vedere Ale Di Battista. Mi hanno detto che è un ragazzo in gamba. Sta organizzando un summit con l'amico Trump e Kim Jong-un al bar Boe di Springfield, che dovrebbe garantire la pace nel mondo su Facebook e la fine della fame in Africa su Instagram, coi like dei click al blog contro le fake news del dittatore Renzie.
Poi è rimorto, bevendo una birra.

venerdì 28 luglio 2017

DJOKOVIC SI FERMA. CERCASI STRIZZACERVELLI PER CURARE OSSI ROTTI



Come un fulmine a ciel sereno, inaspettato quanto una battuta scema della Littizzetto o una volée di Seppi, ecco la notizia bomba dell'estate: Novak Djokovic decide di fermarsi. Durante l'attesissima conferenza stampa, dichiara che tornerà alle competizioni solo nel 2018. Ha bisogno - ribadisce - di qualche mese di riposo per "rigenarare il suo corpo". E, dice e non dice, per curare la mente. Ovvio, anche saggio, porre fine alle pallide prestazioni offerte negli ultimi mesi, cercando di ritrovarsi.
Per una coincidenza astrale, provocazione, scaramanzia o semplicemente per ribadire come la sua dote principale non sia la volèe ma restano le imitazioni (pirotecniche), il serbo comunica la decisione nello stesso giorno in cui lo scorso anno Federer annunziò ai fedeli la momentanea sosta prima dell'arcinota (gaudiosa) ascensione del 2017.
Come Federer, quindi, ma anche come Nadal, che ancora prima sostò in officina per aggiustare gli ossi. I due però, non sembravano aver perso nulla della fame onnivora che, forse più delle giunture provate, ha mandato temporaneamente al tappeto Nole. Più fuori di capoccia che azzoppato. Ed è questo a rendere il suo ritorno nel 2018 possibile ma non così scontato. La sua è una specie di saturazione-svuotamento fisico e mentale che l'ha colto dopo il picco monstre e sforzo sovrumano prodotto per arrivare al vertice. Perché, alla fin della fiera, si è rivelato meno macchina e addirittura più umano di Federer e Nadal.
L'è scioppaa, diceva Jannacci.
Più che a un parallelo coi due suoi contemporanei, viene in mente un'analogia con quanto successe a John McEnroe nel 1985, dopo il 1984 di grazia divina. Mollò per sei mesi, senza riuscire più a ricreare quell'alchimia magica.
Sin troppo semplicistico e grossolano però parlare di crisi psicologica di Djokovic, problemi familiari, gossip martellante. Il vero punto di non ritorno per Nole è stato un altro: la predizione vaticinio di tal Scanzi (penna del Fatto e quasi quotidiana velina dalla Gruber per spiegarci le cose beppesche come un Emilio Fede flautato) che, coi bardamenti del Divino Otelma e leggendo nei visceri di Beppe Grillo, ne pronosticò un dominio assoluto per gli anni 2016-2017. Pem! Tra capo e collo. Da allora Nole non ne ha azzeccata mezza. Come trafitto da uno spillone voodoo. Capirete allora, con questo fardello tremendo sugli zebedei, quanto un ritorno di Djokovic ai massimi livello resti faccenda complicata, legata non solo ad aspetti tecnici ma anche ad adeguate contromisure per malocchi, gatti neri e Crisantemi e Fattisti delle pompe funebri.
C'è però un altro punto oscuro, tremenda minaccia incombente sul capoccione irsuto di Djokovic. Una frase gettata lì "Anche l'anno prossimo mi seguirà Andre Agassi". Il kid di Las Vegas chiamato al suo capezzale quest'anno per fargli "riaccendere la scintilla". Questo vuol dire due cose, forse tre. In primisi che i problemi mentali restano quelli più difficili da superare rispetto all'avambraccio usurato. In secondo luogo che, con ogni probabilità, dopo aver letto "Open" in piena crisi di rigetto per il tennis, Nole abbia pensato che Andre sia l'uomo giusto per fargli riaccendere la miccia. Come? Dio solo, o Sai Baba, lo sa. Forse più utile una birra con Gulbis o un reading di uno scrittore esistenzialista polacco malato di tisi.


lunedì 24 luglio 2017

IL PEGGIO DELLA SETTIMANA: IL RITORNO DALL'OLTRETOMBA DI PETZSCHNER E FERRER, LA PRIMA DI RUBLEV



(Post di 5 minuti, scritto sul telefonino aspettando in coda al supermercato).

Come tursiopi che giochicchiano col velenosissimo pesce palle e, mordicchiandolo sapientemente, assumono piccole dosi di veleno, Petzschner e Melzer (al secolo, scemo + scemo), volteggiavano egagri e strafatti, funamboli biscazzieri tra gioco, vita e sballo. Ah, quanti ricordi. Una volée melliflua, una bomba al fulmicotone, ricamo o aborto, sorrisetto squilibrato e via. Stando ben attenti a non schiacciare il pesce palla e morendo all'istante, giocavano col fato, lanciandoseli tra piroette e sbuffi d'acqua. Il periglio mortale come eccitante estremo. Seguitavano a lanciarselo e sballarsi a mo di poeti maledetti francesi, delfini tossici. Vinsero tre titoli, i due funamboli, due dei quali Slam (Wimbledon e Flushing Meadows). Quando si dice la classe.
A tre anni dall'ultimo acuto, il tursiope strafatto di veleno a piccole dosi del pesce palla, riappare a Baastad, dove trionfa assieme al doppista di lunghissimo corso (43enne) Knowle. Avanti così. Ci sono almeno 15 anni buoni di carriera per il nostro incommensurabile fesso teutonico Petzschner (8). Sempre in Svezia, il singolare va a un altro redivivo: David Ferrer (7), bravo a placare le zigzaganti insensatezze meravigliosamente inutili di Dolgopolov (6+). Pare, ma sono illazioni, che David abbia ripreso a fumare due pacchetti al giorno e sniffare calzini di prima qualità. Quindi, occhio a lui.

Ma in questa settimana da post apocalisse Wimbledon, v'era una mare di nulla interessantissimo tra i vari tornei. A Newport vince Isner (6,5), torneo che avrebbe portato a casa anche giocando solo di testa come Hateley. In finale, per dire, batte il redivivo Ebden (6). Sui prati fuori tempo americani ben figura anche quel tal Frank Dancevic (7, proprio lui!), partendo dalle qualificazioni. Sta tornando. L'estate si preannuncia ricca di sorprese.

Detto di Baastad, in Europa tornava l'amata terra rossa per chi, complici ristati modesti, deve rinunciare alle vacanze. Ecco Umago quindi, località turistica con bel mare e ottimo pesce, nel quale cogliere due piccioni con una fava. Torneo storicamente facilmente facile preda per italiani in tappine e pareo. Stavolta invece lo porta a casa un NexGen, Rublev (7,5). Aridaje. Eccone un'altro. Dopo Zverev, Kyrgios, Coric, Kokkinakis, Medvedev, Kachanov, etc...ora tocca a lui. Un altro belieber con ciuffone bimbominkia (tocca rassegnarsi, bellezza. È la nextgen), dall'indubbio talento. Due anni fa, visto dal vivo a Roma, mi impressionò. Colpi e martellate da predestinato, carattere e personalità, con bizzosi estremi da limare. Aveva 17 anni, mica 30, del resto. All'epoca però, esteticamente preferivo Kozlov e Safiullin (che ora vaga per futures sbeffeggiato dal mitologico Adelchi Virgili).
Il russo vince da lucky loser, regolando in finale uno stoico Lorenzi (7) e dopo aver percosso nei quarti Fognini (5), che accetta la sconfitta con la consueta sobrietà (prende solo righe, playstation, vincerebbe pure al casinò, porcoddiaz). Cristo pietà. Certo, un malpensante malparido potrebbe scrivere che oltre a perdere nei tornei importanti il nostro non vince nemmeno quando non c'è nessuno o quasi, in tornei da spiaggianti delusi. Che piglia sberle dai top attuali e dai NextGen, ProxiGen e AttualPipp. Ma, appunto, sarebbe un malparido. A Umago il pesce era buono, e il nostro aveva problemi di ventilatio intestinalis putrens. O "diarrea (emoticon)", coma fa sapere prontamente il di lui, egualmente sobrio, babbo (9,5).

Un'altra vicenda agonistica mi sta elettrizzando in questi giorni d'afa: la lotta per la candidatura a Premier in seno al M5s. Sfida epocale. Senza esclusione di colpi e minchiate. Sempre più grosse. Sbalorditive. Parte Gigino Di Maio a testa bassa con quel "Tal Boneschi" che continua a percepire un vitalizio. Pazienza che Boneschi sia morto da un anno e che un suo rutto valesse più di una miserrima vita da Di Maio. Dibattista non si fa intimorire e, forte di un estro da funambolo sudamericano appreso scaricando platani nelle navi nicaraguensi in gioventù, sferra un colpo sontuoso criticando Macron. Lo definisce una specie di Napoleone. Che poi, prosegue, conscio di sferrare un vincente a campo aperto "Napoleone almeno combatteva ad Auschwitz". Ora l'elettorato grillino è confuso, il Dibba ha ricucito lo strappo. Di Maio però, politico di razza (cit. un miracolato da Basaglia) non si fa intimorire, ed ecco il lampo di genio improvviso. L'Italia brucia, devastata da incendi ovunque. E cosa ti tira fuori questo piccolo sciacallo col sorrisetto da secchione impreparato? Racconta di aver chiamato ambasciate estere, Francia, Austria, San Marino, per ottenere canadair che, per magia, arrivano in nostro soccorso. Interrogati, i francesi dicono di aver ricevuto richieste solo dalla Protezione Civile e che Di Maio aveva chiamato il ristorante francese per farsi portare la cena, senza riuscirci. E, continuano, "perché, chi sarebbe questo conta palle?". Niente, fa il giornalista con un filo di vergogna "Uno, molto preparato, che dovrebbe candidarsi alla guida dell'Italia".
"Ah...les italiens...".


lunedì 17 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 - PAGELLE SINFONICHE



Uomini

Federer 8 (come i successi a Wimbledon, in undici finali giocate in 18 edizioni. E il ventennio non è ancora finito). Dominio assoluto, successo in perfetto Federer style. Programmato in modo certosino (quasi Lendeliano). Sinfonia maestosa e assolo ispirato. Trionfa senza lasciare un set per strada, in total control, rendendo Raonic, Cilic e Dimitrov autentici pupazzetti inanimati delle giostre. A 36 anni è in una condizione atletica straordinaria, grazie a un fisico integro nato per questo sport, mentre altri, lodevoli e innaturali, si leccano le ferite. Successo molto diverso, rispetto a quello australiano, meno emozionante ma più solenne, come si confà al proscenio reale in adorazione mistica e al suo Tempio. Senza epiche battaglie, ma in assoluto dominio dall'inizio alla fine.   Superiorità quasi imbarazzante. Il resto, chi blatera di Federer bravo a vincere senza avversari, quando Nadal, Murray o Djokovic non ci sono, lo fa per smania di protagonismo, voglia di far uscire la propria voce gracchiante fuori dal coro, per bastiancontrarismo ottuso e subumano grillismo innato. La storia, bontà loro, tra cinquant'anni descriverà Federer come il più grande di sempre (se nel frattempo Quinzi non esploderà, obviously), che vinse tutto, perse da giovani virgulti che per batterlo andarono oltre i loro limiti, impazzendo o sfibrandosi i muscoli, e quando questi giovanotti invecchiarono, lui li rimise in riga. Perché pare immune agli anni, all'umano logorìo. Più dimostrazione di superiorità di così...

Cilic 7. La mattanza finale non fa testo. Mancava un asciugamani gettato in campo per interrompere il martirio. Pronosticato almeno in semifinale, complice un tabellone apertosi magicamente, fa di più ancora. Su erba (non chiedetemi perché), il gigante di Big Fish si trova a meraviglia.

Sam Querrey 6,5. Bravo ad approfittare di un Murray malconcio. Per il resto, quello è. Mostruosità rassicurante. Faccia da mostro di Milwaukee travestito da Joker, cappellino da baseball, spalle spioventi e incedere compassato da battitore maldestro della major league, che spara cannoni in modo rigido, senza quasi piegarsi sulle ginocchia di legno. La morte del tennis, o quasi.

Thomas Berdych 6,5. Forse quello che maggiormente impensierisce (parolone) Federer in missione Divina. L'usato sicuro che prevale sul giovane ancora impacciato, Thiem (5,5). Anche come perdenti d'alto borgo, il ricambio generazionale tarda sulla ruota dell'Atp.

Milos Raonic 6. Vedi sopra, ancora meglio lui del bambinone presestinato Zverev. Quarti di finale che dovrebbero essere la regola per lui a Wimbledon, poi di fronte a Federer diventa un bambinone impacciato e maldestro, impotente.

Andy Murray 5. Claudicante, si salva con mestiere contro Fognini&Paire, troppo tonti tennisticamente per approfittarne. Niente può contro Querrey, che a differenza del duo Cochi&Renato francoitalico, è un tennista. Ancorché inguardabile. Per lo scozzese guai all'anca e futuro quanto mai incerto.

Gilles Muller 7. L'eroe alternativo del torneo. Nel trionfo da maratoneta volleante con Nadal, complice un cocktai di lsd, oppio, sciroppo di menta e spruzzatina di zenzero, ci vedo un po' di McErnroe vs Borg sinistro, a velocità tripla, con materiali moderni. È un aborigeno che lancia boomerang avvelenati per colpire noci di cocco o quaglie svolazzanti. Nella fattispecie, Nadal tra capo e collo, spalmato sui teloni. Dopo l'epica battaglia, cede in cinque set a Cilic. Perché, malgrado Federer abbia fatto passare la cosa in secondo piano, 34 anni sono comunque tanti. Senza stanchezza, la finale era alla portata.

Rafa Nadal 5,5. Non si può dire che stavolta, a differenza degli scorsi anni, non ci abbia provato con coraggio. Perde solo da un grandioso Muller per un centimetro, remando tre metri dietro la riga e provando a rispondere con magli arrotati ai servizi velenosi del lussemburghese. Pazzia. Ne escono traiettorie folli, la pallina è una libellula gigante percossa dai due. Passando quell'ostacolo avrebbe tranquillamente potuto raggiungere la finale in cui sarebbe stato scorticato da questo Federer monstre. Accontentando anche i detrattori.

Novak Djokovic 4,5. Cede a Berdych per un problema all'avambraccio. Eppure fino ai quarti era sembrato in crescita. Sta male fisicamente, come se mentalmente stesse meglio. Urge un santone indù. O una birra.

Ernests Gulbis 7+. Anche il folto numero di sminchiati tifosi del nulla, stavolta ha il loro eroe in pagella: sior siori, ecco a voi il gran ritorno del Lazzaro lazzarone Ernesto Gulbis. Direttamente dalla casa di cura in cui era ospite e ove si dilettava a giocare a golf in vestaglia trapuntata e occhiali da sole, fracassando vetrate, sgargarozzando dom perignon e fumando sigari cubani in piscina. Ormai numero 500 e rotti, decide di tornare tanto per ammazzare il tempo tra un party e un viaggio. Fortunato a trovare il nano maligno stravecchio de vecchionis Estrella (6) al primo turno, schianta il povero Del Potro a mezzo servizio (e senza rovescio). Poi sparacchia alla carlona l'impossibile contro Djokovic, perché aveva una partita di telesina in clinica. Dice di divertirsi nel vedere se riuscirà a rientrare nei 100, ma che si sente top 5 dentro. Come i pazzi, appunto.

Stan Wawrinka 4. Da Stan the Man a Stan the Dog. A suo agio sull'erba come un grillino in una libreria.

Fabio Fognini 6. Passa due turni alla portata. Perde dal top player di turno (Murray azzoppato) con solita girandola di occasioni perse. Niente di strano per quello che è: un (prevedibile fino alla noia) top 30/40. Lui però, non contento, fa parlare di sé. Invettive sui commentatori che osano nominarlo durante una telecronaca (per paragonarlo a Gulbis, tra l'altro, che a talento gli dà 6-0 6-1 in pantofole e ubriaco), poi sui social si lascia andare a battutine demenziali sui ritiri di Murray e Djokovic. Cretine e anche insensate, perché contro il menomato Murray ci aveva perso anche. Perché, diosanto? Come se il Cesena mettesse becco nelle questioni champions tra Barca e Real. Che qualcuno gli levi i social, almeno.

Italians 6. Bolelli, Seppi, Lorenzi passano un turno. Di più non si poteva certo sperare. Del resto, un po' d'Italia era presente grazie allo sponsor di Cilic. Giuro, l'ho sentita davvero.

Nextgen (o carta da culo soffigen). Kyrgios rotto. Zverev inadatto all'erba smontato da Raonic, Khachanov sminuzzato finemente da Nadal, Coric non pervenuto. Benino Medvedev, giustiziere di Wawrinka. Nella Nextgen italica, Travaglia passa le qualificazioni e, incredulo, dice di trovarsi molto bene sull'erba. A 26 anni, ci metteva piede per la prima volta.



Donne

Garbine Muguruza 8. Il suo torneo lo vince battendo in cruenta lotta Kerber. In finale nitrisce e doma con sapida freddezza le sfuriate iniziali di Venus. Ok. Una così, con simili mezzi fisici e atletici, sarebbe finalmente credibile numero uno Wta per un decennio. Se solo giocasse non dico metà, ma almeno un quarto di stagione a questo livello. Invece fino ad ora ci ha regalato un torneo all'anno da marziana e altri venti da mediocre top 100. Cambieranno le cose? La carica di plutonio durerà almeno un mesetto? Giacobbo nicchia. Del resto, non ci sono certezze, ma solo ragionevoli probabilità, diceva quello lì.

Venus 9. Sulle sue spalle l'obbligo di portare avanti il nome della famiglia. Inizia scossa dall'incidente d'auto, poi sempre più decisa. 37 anni e non sentirli. Tutta classe, orgoglio ed eleganza, la nera Venere. Doma le rampanti Ostapenko e Konta. In finale dà tutto quello che le è rimasto in serbatoio nel primo set. Persi i set point, si spegne la spia di riserva e pure il motore.

Johanna Konta 7. La sventurata che ancora faticava a riaversi per gli insulti sessisti in Fed Cup del vecchio mascalzone Nastase e per la schienata tremenda alla vigilia del torneo, pian piano diventa l'eroina locale, spinta all'impresa da tutto il Regno. La guardi servire con quel movimento anchilosato di un quarto d'ora e rischi di addormentarti non vedendo quanto il resto sia quasi peggio. Sarà una tattica diabolica. Si spinge fino alle semifinali, ma Venus la riporta a scuola. Tennista anche lodevole, costruitasi col lavoro un'efficacia da top 10 (attuale), le manca lo spunto per vincere uno slam.

Magdalena Rybarikova 7,5. Una delle mie protette, smilza giraffina con denti da roditore, dal gradevole tennis vintage nato per i prati. Davvero nessuno però, nemmeno parenti stretti ed estimatori, sperava in un simile exploit da semifinale, specie dopo l'infortunio e il ritorno negli Itf poche settimane fa.

Jelena Ostapenko 6,5. Dopo il boom parigino sembra camminare sulle nuvole, sicura e convinta. Venus le fa tornare qualche dubbio.

Simona Halep 5,5. Tennista regolare. Nel senso che arriva regolarmente alla fine e regolarmente trova qualcuna con più spunto nella volata.

Petra Martic 6+. Dopo Parigi, altro bel torneo della volleante croata. L'erba si adatta molto meglio al suo tennis leggero e sbarazzino. Ottavi e sogno che si infrange contro la più navigata Rybarikova.

Vika Azarenka 5. Non si poteva pretendere di più dopo il ritorno lampo post parto. Padre Amorth dovrà imbracciare il crocifisso a New York, temo.

Angelique Kerber 5,5. Perde il numero uno nell'infuocata sfida con Muguruza. Vederla difendere pervicacemente a denti stretti, doppio mento tremolante e gambe prosciuttoni piegate nell'erba, spezza il cuore e frantuma le palle.

Karolina Plyskova 4-. Hip hip hurrà. La Wta ha una nuova regina. La cadaverica sorella di Nosferatu Karolina, che perde al secondo turno, affettata a suon di slice dalla Rybarikova, e agguanta il primato. Cioè, mi spiego: questa ha giocato 18 slam in carriera, facendo una sola semifinale. Ed è numero uno. O i conti alla Wta li fa l'assessore al bilancio della Raggi o è l'emblema del nulla che regna nel tennis femminile.

Agnieszka Radwanska 6. Segnali di vita dall'aldilà. Svetonia Kuznetsova (6,5) con virile nerbo, la rispedisce nell'oltretomba.

Italiane 5. Giorgi è la migliore su questa superficie, passa due turni e perde onorevolmente contro Ostapenko. Poi, per vincere i championships c'è tempo. Se ha vinto Muguruza, che è mooooolto inferiore alla nostra (cit. il babbo), le speranze sono più che fondate. Schiavone a 37 anni è ancora la migliore delle nostre, di gran lunga. Errani e Vinci ormai paiono sbiadite ex. Non resta che sperare in un ritorno di Pennetta dopo il parto. Continuano nel mantra. Lei, neanche fosse Serena e avesse vinto 32 slam, raccoglie sibillina "visto quello che c'è in giro...". Che poi, imbecille come sono, non capisco: le speranze azzurre sarebbero riposte nel ritorno della 36enne Pennetta pochi mesi dopo il parto, mentre a 37 anni Schiavone che fa due finali di fila Wta è considerata un rottame indegno di WildCard a Roma. Boh, io non ci capisco niente.


domenica 16 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 DAY 13 - L'OTTAVA MERAVIGLIA DI FEDERER



Il giorno più atteso. Cielo di cemento. I due gladiatori entrano nel Tempio del Centre Court, un po' Colosseo, molto Cappella Sistina british. Gridolini ettrizzati delle composte dame sul centre court. Ceppi con cappellini di paglia inforcano occhiali binocolari. Vecchie cariatidi del passato, da Laver a Chris Evert, Edberg e Annette, inquadrate sugli spalti, ostentano gommose facce da party mondano retrò. William e consorte nel palchetto reale scorreggiano silenziosamente. E Homer Bum Bum Becker ebbro di birra, tra un rutto e l'altro, ci presenta il match per la Bbc che (fatale errore) ha deciso di pagarlo in birra e domani dichiarerà fallimento.
Il bimbo Luca getta la monetina. Roger in tenuta di bianco più bianco che il Dash non puote, nasconde la tensione dietro gesti flemmatici e un sorriso di finta serenità. Mirka, con coppie di gemelli, è la più tesa di tutti. Cilic pare lì per caso, vittima sacrificale già a partire dalla standind ovation riservata alla leggenda che entra nell'arena. "Cosa ci faccio qui?", si ripete guardandosi attorno con la faccia di bambinone solcata da orrende sopracciglia unite. Prova a scovare sulle tribune i due eroici, svitati, supporter croati con tanto di maglia a scacchi. È un utilmente inutile intralcio alla storia, il povero pastore di Medjugorie. E lo sa bene.
Anche l'inizio lascia trasparire una qual certa tensione. Federer balbetta nei primi turno di battuta, salva anche una palla break, poi scioglie il braccio e strappa la battuta al croato. Boato. 3-2 e match finito.
Da lì è solo esibizione. Sontuosamente scenica ostentazione di grandezza. Una maestosa dimostrazione a favore del mondo. Federer danza, fluttua magico, veloce e rapace. La magia nasce dal contrasto tra quella leggerezza di ballerino e la velocità siderale delle saette che schizzano via dalle corde.
Un dritto in controbalzo, balzetti in punta di piedi velocissimi, e smorzata improvvisa di rovescio scavata dalla pancia, che va a morire esangue appena varcata la rete.
È in tranquillità e totale rilassamento, Sua Divinità Immortale. Condizioni ideali per esprimere tutta la sua arte. Nessun eretico cannibale dall'altra parte, convintosi di poter arginare il Dio, ma il mite Marin, smarrito fino a fare tenerezza. Perfetto per quello che il Divino ama di più, la marcia isolata, in fuga dall'inizio, senza doversi abbassare nella pugna, inzaccherarsi la candida divisa in un testa a testa cruento. Aborro. Lo vedi non solo dal servizio e dritto devastanti, rapidità e condizione atletica straripante, ma anche da un rovescio quasi intimidatorio, giocato in modo sicuro, senza ritirare il braccio santo, grazie al quale strappa ancora il servizio all'avverasario per chiudere il primo set 6-3.
Cilic contina a fare il suo, ma il match è già finito dopo tre giochi. Forse lo era già nel tunnel d'ingresso. Nella sala d'attesa, magari. Pesta palline con velocità di bradipo, mentre l'altro, a dispetto dei sette anni di differenza, guizza come un luccio argentato. Spera in qualcosa, Marin. Che magari dal cielo grigio come l'acciaio inizi a cadere la pioggia. Che dal cielo scendano petali magici o un qualche aiuto umanitario. Ma nemmeno quelli potrebbero salvarlo dal tristo destino. Sul centrale continuano a piovere invece missili quasi invisibili ad occhio umano. Chi per la prima volta vede Federer ispirato è spinto a chiedersi da quale galassia sia sbucato quel figuro dal volto assente scocca dardi violenti con altrettanta, impressionante, grazia. In sourplace. Chi sia quell'incrocio tra Nureyev e Cassius Clay, intento a schiantare il malcapitato sparring,  invitato lì solo per rendere la grandezza dell'attore protagonista ancor più maestosa, quasi sulle note della quinta di Beethoven. Che invece è l'ottava di Federer.
6-3 6-1 sottolineato da gridolini quai preoccupati. Per la salute di Cilic e perché lo spettacolo non finisca subito. Qualcuno, mosso a compassione, riserva al croato dei battimani d'incoraggiamento. Tanto da spingerlo a opporre una qualche resistenza. Interrompere in qualche modo la cavalcata delle valchirie elvetica. Anche un medical time out va bene.
Ok, lo scafato spettatore che ha visto in diretta o cassetta i primi due set di McEnroe-Lendl a Parigi 1984, non si fiderà ancora. Tutto può succedere nello sport del Demonio. Ma Cilic non è Lendl, Federer non è Supermac.
Solo una parvenza di equilibrio a inizio del terzo, con pugnetti d'incoraggiamento di un Cilic sul patibolo, tanto comici quanto teneri, prima che l'altro non lo infilzi col break decisivo anche nel quarto. Federer ora piazza un servizio da marchio di fabbrica e lancia un urlo d'incoraggiamento che uno si aspetterebbe sul 5-5 al quinto. Invece siamo 6-3 6-1 4-3 30-15. E l'altro aveva osato vincere un periglioso quindici. È la sua particolare forma di agonismo da cannibale, intento a suonare una sinfonia devastante. O semplicemente per non assopirsi.
Uno straordinario, brevissimo, scorcio di sole illumina il centrale mentre Federer si appresta a servire per il match. Nessun sussulto, tremore, figurarsi, per andare ad acchiapparsi l'ottava meraviglia e la storia. Un'altra.

sabato 15 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 DAY 12 - MUGURUZA SPEGNE VENUS WILLIAMS



Tutto è male quel che finisce peggio. Una finale al femminile molto attesa, ricca di incroci, potenzialmente esplosiva ed equilibrata tra la giovane iberica e la vecchia Venere d'ebano.
Il match ha però deluso le attese. Le due iniziano contratte, aggrappate al servizio. Garbine nitrisce come cavalla del Palio di Siena, Venus risponde con ruggiti di pantera ferita. Io alla stalla tendo a preferire la savana. Gran battaglia abortita, perennemente sul punto di esplodere.
Il momento, e che momento, sembra arrivare sul 5-4 Venus, quando Muguruza al servizio si trova a dover annullare due set point. Sul primo Venus spinge, non abbastanza, per niente bene, e finisce per sbarellare col suo colpo meno sicuro, il dritto. L'altro lo salva col servizio, una fredda Garbine.
5-5 e convinzione che finalmente il match decolli. Niente di più sbagliato, perché da lì in poi è un autentico supplizio. Venere sembra non averne più, aver lasciato le residue energie che le restavano su quei due set point. Il servizio non la sorregge più, lontana dalla palla, sempre in ritardo e nello strenuo, vano, tentativo di compensare col braccio. L'altra invece è indemoniata, non molla niente. Cosa sia successo per trasformare l'anonima tennista che negli ultimi mesi (forse anni) aveva perso da tutte, e solo una settimana prima veniva ridicolizzata da Barbora Strycova a Eastburne (con la gnappetta ceca sin troppo generosa a lasciarle un gioco di mera pietà), per trasformarla in questa belva assolutamente invulnerabile, resta un mistero buono per Adam Kadmon, massimi esperti di scie chimiche o Piero Angela. Al limite Luciano Onder.
Parziale impietoso di 9-0 e invece del decollo il match si affloscia definitivamente.
Brava lo stesso Venus, a 37 anni ancora capace di sfiorare la vittoria in uno slam. Finché ha retto. Brava Muguruza. Dopo il successo a Parigi scrissi che, tenendo quel livello non avrebbe avuto problemi a diventare numero uno indiscussa. Da allora, due fiammate nel nulla. Per carità, non mi fa simpatia, e non me ne fanno tutte quelle capaci di exploit improvvisi e mesi del nulla più enigmatico. Come tutte, dirà qualcuno. Infatti mi stanno sulle balle tutte, meno due o tre.


venerdì 14 luglio 2017

WIMBLEDON 2017 DAY 11 - FEDERER DAVANTI ALLA STORIA

Centre Court preso d'assalto. Sparuti drappelli di massimi esperti mondiali in mostrocismo, frotte di torvi lombrosiani e ignari spettatori a rischio suicidio dopo venti minuti, pronti a studiare Cilic e Querrey che si sfidano a singolar tenzone per un posto in finale. Due che, causando imprecazioni di organizzatori smadonnanti, al massimo potevi vederli in finale in un Atp 250. Agghiacciante. Lo spettacolo rasenta l'eccidio tennistico premeditato. Grazie a tennisti come loro, gran battitori e spudorati randellatori, e per scongiurare partite zeppe di ace e senza scambi, gli organizzatori pensarono a un'erba meno veloce. I risultati sono stati sbalorditivi: A Wimbledon i mostri battitori imperversano ancora e in più storti arrotomani (Errani esclusa) riescono liftare impunemente come faine. E le volée sono rarità, come violette nel deserto.
La spunta, come da pronostico, Cilic in quattro set, dopo violenta battaglia.
Poi i luminari escono, barcollando, ed entrano gli ansiosi sudditi di Federer. Tra Sua Divinità Santissima e la finale, Berdych. Il ceco ha la faccia convinta. Come
ostacolo all'elvetico pare appena meno convincente di Di Maio in missione in Europa, per cantargliene quattro ai signori della Comunità Europea (che, grazie a loro, ci considera subumani) "Lorzignori della Europa, noi sarebbi...sarettimo...stato stanghi di accogliervi i bambini che respingiete voi del bienderberghem massonico, che sareste stass...stabb...vabbè e il Pd? Noi fummo stati per l'euro ma anti euro in Europa o fuori dipende dal referendum di ruzzle sul blog. Che decide Beppe. Io preferiressi il sistema venezuelano". Quelli, considerandolo un nano ripetente in seconda media, lo rimpatriano.
Pinzellacchere a parte, Berdych sembrava vittima sacrificale sulla via di un Roger in spolvero marziano. Nei precedenti, ogni tanto Thomas aveva dato dispiaceri allo svizzero, ma quando Federer è in forma (e quest'anno lo è come non mai), coi picchiatori ci va a nozze. Sicuro, preciso, in fiducia assoluta. Volteggia su nuvole di marzapane imbevuto nella melassa. Trova la palla con velocità imbarazzante e con altrettanta, inquietante, facilità scocca vincenti, saette in controbalzo, risposte d'incontro spaziali.
Dopo un inizio in scioltezza, prova a complicarsi la vita facendo rientrare il ceco. Non sembra il miglior Federer del
torneo. Ne vien fuori un incontro tirato, che è straordinario a chiudere in due tie-break quasi perfetti e prendendo il largo nel terzo.
Finale raggiunta in modo immacolato, senza lasciare nemmeno un set per strada e sudare la candida maglia. Resta solo Frankenstein Cilic sulla sua strada. Ogni partita fa storia a se, Cilic in giornata è cliente difficile, ma non credo potesse sperare meglio.

WIMBLEDON 2017 DAY 10 - MERAVIGLIA VENUS



Un classico meriggio inglese, col sole malaticcio soffocato da nuvolaglia perenne, illuminato dai lampi di Venus Williams, semplicemente meravigliosa nel regolare Johanna Konta e spegnere le speranze di un Regno intero. Venere regola con vigore ed eleganza la naturalizzata inglese, sciorinando lampi di classe autentica. Buona per carità, questa Konta sbocciata tardi, costruita bene col lavoro, che nella top 10 attuale ci sta anche, ma di livello e cilindrata nettamente inferiore a una Venere in simile stato di grazia. Nemmeno la differenza di età ha appiattito questa voragine.
Potenza ed eleganza, si diceva. E dna di campionessa autentica sotto la pelle d'ebano. Caratteristiche dell'ultima diva del tennis mondiale. A 37 anni, sinuosa e feroce come una pantera che annusa il sangue, azzanna un'altra finale. Che c'è di strano, si dirà. L'età agonistica nel tennis si è allungata in modo incredibile. Ma il suo guizzo ha un valore speciale, se si pensa agli ultimi anni trascorsi a trascinarsi stancamente, tra mille traversie fisiche. Era una quasi ex, valletta della più tozza e feroce sorellona minore, al limite. Ora, con Serena forzatamente ai box, si è liberata la pantera sanguinaria che è in lei.
In finale ora troverà l'indemoniata Muguruza in stato di grazia e sarà dura, ma questa è un'altra storia.




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.