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lunedì 29 gennaio 2018

PAGELLONE AUSTRALIAN OPEN 2018 - FEDERER FA VENTI, WOZNIACKI PIGLIA TUTTO



Donne

Wozniacki-Halep: bromuro per cavalli. "Finale epica, emozionante, thrilling". Certo, manco Hitchcock in coma irreversibile. Arrivano in finale dopo rocambolesche battaglie da Benny Hill Show. Entrambe regolariste ("pallettare" suona offensivo, dicono), entrambe perdenti supreme, stavolta si ritrovano in finale e una deve vincere per forza, anche se il rischio che vincesse un'occhialuta raccattapalle taiwanese dodicenne o un koala che dorme è concreto. Halep spinge più dentro il campo, Wozniacki trotta e rema come un'ossessa. La spunta Caroline Wozniacki (8), brava dopo otto anni di anonimato d'alto livello da quando arrivò al numero uno, a tenere duro. Vince il primo slam e torna numero uno. Quanto ai miglioramenti che, a sentire in giro, sarebbero sbalorditivi, posso confermare: non è più una regolarista, ma sa variare (lobboni a buttare l'avversaria fuori dal campo) e giuoca molto più a rete (fa delle ributtanti parate stile Valerio Fiori). Simona Halep 7, perde la terza finale di fila. Una, prima o poi, la vincerà. Infortunio alla caviglia, mp annullati, 15-13 alla Davis dopo quasi quattro ore, altra battaglia con Kerber e per finire un ricovero per disidratazione. Ammetto che avrei preferito una sua vittoria.

Angelique Kerber 6,5. Tornata la Angelicona Briegel che mulinella i prosciuttoni e disinnesca picchiatrici una dopo l'altra. Contro chi non mena (Halep, per non parlare di Hsieh) mostra limiti raccapriccianti nel fare gioco.

Elise Mertens 6,5. In gran forma, questa belga poco appariscente. Geometrica e con un buon rovescio. Perde con onore contro Wozniacki, ma come erede di Henin e Clijsters ha la stessa credibilità di Speranza erede di Berlinguer.

Elina Svitolina 5. La terza incomoda tra Halep e Wozniacki, con in più il carico da avvenente Bridget Jones che vuole fare la fotomonella, fa scena muta contro Mertens. Non ha un piano B. A dire il vero nemmeno quello A si vede benissimo.

Su-Wei Hsieh 7. La guardi e pensi che quel curiosissimo ossicino quadrumane debba essere sbranato come un'aletta di pollo da Kerber. Invece la tedesca per quasi due set diventa matta di fronte a quegli angoli e parabole sibilanti a fil di rete.

Petra Martic 7. La solita petrella sottiletta che si esalta negli slam. La leggerezza d'attacco però non riesce a sfondare il muro dei quarti.

Maria Sharapova 3,5. Restano le urla di chi non si rassegna.

Garbine Muguruza 4. Ingiocabile per tre/quattro settimane. Nitrisce, rotta o fuori forma, il resto dell'anno.

Agnieszka Radwanska 3. L'amica Carolina ha vinto uno slam, si ripeterà, pallida in viso, al terzo piano di un frenocomio a Varsavia, pronta a dedicarsi al balletto classico o all'apicultura.

Ashley Barty 6,5. Più larga che alta, con un tennis ordinato e bagaglio tecnico completo, si erge a disinnescante baluardo delle picchiatrici smidollate: l'animalesca, primordiale, Sabalenka (aiuto!) e la bambola svalvolata Giorgi.

Italiane: Errani, stando attenta ai tortellini, è tornata sui suoi livelli. Può anche tornare tra le 100 sfruttando la stagione su terra. Vinci non si capisce cosa sia a fare in Australia, forse surf. Giorgi offre sporadici scampoli d'ingiocabilità positiva prima di arrendersi alla fisica. Per il resto, Paolini, Chiesa, Trevisan: tutte e tre insieme farebbero una top 50. Forse.



Uomini

Roger Federer 9. Più forte di tutto e tutti, anche di slogan menagramo #RoadTo20, in stile #RoadToCardiff dei morti di champions. Gli altri invecchiano o si rompono, i giovani balbettano, lui segue per la sua strada e fa 20, tornerà numeno uno a 36 anni, vincerà il pallone d'oro, tre Oscar, il Festival Sanremo categoria nuove proposte, ambrogino d'oro e, se gli gira, moltiplicherà pure pani, pesci e champions della juve. In finale gli organizzatori si premurano di chiudergli il tetto sulla santa testa, sia mai che possa sudare un poco. E il pubblico si esalta come nell'arena, lo sostiene come fosse entità sovrannaturale. Un santo in vita, di cui puoi dire d'aver visto il miracolo in diretta. Rifuggendo come peste bubbonica i retorici toni trionfalistici e levandoci le fette di prosciutto San Roger dai nostri occhi strabici, non è stato il miglior Federer. Vince con un cammino non dissimile da quello di Nadal a New York (contro nessuno cioè, più quei pochi rimasti in piedi). Ma questi sono rimasti. In finale un paio di amnesie rimettono in gioco Cilic, poi steso al quinto. Sento dire: gioca meglio ora che nel 2011, e resto perplesso. Gioca in modo diverso, compensa col braccio qualche ritardo delle gambe, ha subito meno degli altri (chi morto, chi in reparto traumatologico) l'usura del tempo per una sola, magica parola: "naturalezza". Quella che manca a Nadal, Djokovic, Murray, costretti a sfibrarsi per raggiungerne e superarne il livello.

Marin Cilic 7,5. Torneo robusto. In questo clima da obitorio, è l'avversario più credibile di Roger Federer. E a Federer piace molto averlo come avversario. Moltissimo. Consistente picchiatore raziocinante, lento come un bradipo. Basta per la finale, inziata con un primo set di smarrimento (colpa del tetto o meno). Aria ancor più dimessa del solito, da vittima sacrificale, per placare la sete di sangue del pubblico inferocito. Bravo quindi a rientrare in partita, sfruttando un paio di menopause svizzere. Quando coraggiosamente riesce a portarla al quinto pensi che possa far valere la sua freschezza contro uno che va per i 37 anni. Invece la stanchezza la paga lui e assiste inerme allo sprint finale di Federer, fresco come una rosa di maggio.

Rafa Nadal 6. Prova la solita progressione da toro da monta. Lo tradisce un muscolo della coscia. Avrebbe anche ragione nella critica ad personam sulla programmazione e gli infortuni di molti big. Si gioca troppo sul cemento, verissimo. Ma la colpa vera non è delle superfici, quando delle estremizzazione fisica di questo sport, oltre la soglia umana, innaturale: strisciate, recuperi non ortodossi e scambi lunghi su superfici dove non si potrebbe. La soluzione? La auspico da tempo: tornare all'erba australiana, stagione su terra, allungare quella inglese on grass (tradizionale però), ridurre il cemento a quello che era negli anni 80 (estate americana, Indian Wells e Miami). Poi racchette in legno, pantaloncini aderenti e gonnellini di pizzo. Magari Stepanek e Mahut avrebbero dieci slam a testa, lui quattro o cinque. Ma sarebbe sano.

Heyon Chung 7. Finisce per arrendersi a Federer (immagine biblica quasi), dopo il bestiale sforzo per arrivare in semifinale. Tennista solido, dall'esplosività di gambe spaventosa e difesa da muraglia Cinese versione coreana. Uno che devi ammazzare tre volte. Significativo che abbia battuto Djokovic con quelle che un tempo erano le sue stesse armi, prima di arrendersi in semifinale, quasi scarnificato. Tolto Federer, l'attuale tennis è una questione fisica, dove prevale chi riesce ad andare oltre il proprio limite. Poi dopo si rompe anche lui, infatti.

Kyle Edmund 7. L'unico (guarda caso assieme a Chung) tra i classe 95-99 snobbato e scarsamente pronosticato. Più brutto della multipla, ma efficace. Sembra figlio di Roddick e di una isterica capra albina. Gran servizio. Dritto orrendo ma produttivo, rovescio inguardabile e modesto, rete schivata come nemmeno Valanzasca con un posto di blocco, atteggiamento (specie in semifinale) fastidioso. Ma è in semifinale e può diventare top 10 (uno in più o in me meno...).

Grigor Dimitrov 4,5. Poteva essere il suo slam, come da quasi un lustro. Prendersi lo scettro in quella terra di mezzo tra i fab four morti o calanti e giovani acerbi. Invece lo vedi, capisci che ha parecchio talento, avrebbe tante soluzioni. E mentre riflette a quale usare, viene infilzato da uno sgorbio lungolinea di Edmund.

Tennys Sandgren 7,5. Batte due top ten (Wawrinka e Thiem), più di quanti ne hanno battuti i vincitori degli ultimi due slam. C'è un filo magico che lega le sue imprese, qualcosa di eroico e antico, poco spiegabile. La favoletta dell'uomo normale inventatosi eroe dal mantello svolazzante. Da onesto lavoratore ai quarti slam, travestito da Mecir ed esaltato come un Connors destro, mentre in realtà è il più debole ad arrivare nei quarti di un major da tempi di Paul Chamberlin a Wimbledon '89.

Novak Djokovic 6. Guarito ma non troppo. Aspetta che Chung sfondi e lui ribatta come al solito. Quello, con sapienza asiatica: "no, no, prego, vadi lei, che io son bravo a difendere, vieppiù". Nole allora ci prova, uno, due, tre timidi forcing, prima di cannare e toccarsi il gomito. Che il gomito per un tennista è un guaio serio, come la minchia slogata per Siffredi.

Dominic Thiem 5,5. Ottusangolo.

Nick Kyrgios 5. Perde un'altra occasione, il potenziale track. O track di Gomorra. Carattere e spavalderia non supportate dalla crescita che ci si aspettava.

Italiani: Due alfieri tricolori negli ottavi non si vedevano da quando si giocava con le racchette di legno, il Milan aveva cinque Champions in meno e c'era il Papa buoni. Fognini 6,5. Torneo normale, batte chi deve battere, perde con chi deve perdere (Berdych 7, rinato a vecchia vita) senza mai entrare in partita. Seppi 7. Vince un challenger a Camberra, ben figura anche a Melbourne con tanto di epica vittoria sul gigante Ivo (7, ha fatto più volèe lui in un set che i restanti 127 in tutto il torneo). In Australia si esalta. Gli altri, anche quelli tosti, si sciolgono, lui resta immutato, mollo come sempre, ma non si squaglia. Leggo dall'italia strepitii, caroselli, masturbazioni (dopo aver assunto viagra in dosi equine) per Sonego (So-ne-go!!!), classe 95, che passa le qualificazioni e un turno. E allora penso...che penso? Niente.


lunedì 22 gennaio 2018

AUSTRALIAN OPEN 2018 - ESSERE TENNYS SANDGREN



Sarà stata una calda primavera del 2012 o 2013, in uno streaming di quattro pollici nel quale la pallina era solo frutto di fervida immaginazione (Sarà un caso, oppure sono morbosamente legato a certe visioni immaginarie d'emergenza stile dirette anni '80 di Telecapodistria captata a malapena, col campo avvolto da una specie di nebbione brianzolo. Dovrebbe analizzare la mia patologia il Prof. Meluzzi in mutande, denotando chiari sintomi di psicopatologica demenza senile abbinata a istrionico narcisismo da impotenza sessuale pseudo suinide o aerofagia cronica), mi imbattei in un americano caracollante, con un nome un po' così che pareva una strepitosa presa per culo (Tennys), cognome un po' colà che rimandava a esploratori del secolo scorso tra i fiordi norvegesi (Sandgren) e una faccia da carciofo bollito. Un Nalbandian onanista, digiuno da due giorni.
Giocava un challenger nordamericano, opposto a un messicano di un metro e quarantadue, con baffetto sottile e capelli da tamarro, lunghi dietro e rasati ai lati, su un testone abnorme. O forse era nicaraguense, non mi sovviene. Uno di quelli che non sai nemmeno se esistono realmente. Match surreale, che l'americano faticava a vincere, sprecando occasioni su occasioni. Insomma, non avrei scommesso un bottone che quel ragazzone si sarebbe costruito una classifica decente (97 Atp) tale da consentirgli addirittura di giocare gli slam dalla porta principale. Ancora meno avrei scommesso sul torneo che sta disputando a Melbourne. Qualcosa di meraviglioso, che va oltre le considerazioni tecniche, disquisizioni su pippe, dritti e rovesci. È magia pura, Tennys.
Neanche le vittorie sul dormiente Chardy e su un Wawrinka a passeggio dopo aver tolto le stampelle, mi avevano impressionato. Fortuite coincidenze, caso, culo momentaneo di chi vince al lotto. Poi la bella affermazione sul tedesco Marterer, prima della prova del nove (anzi, del diciotto) odierna.
Non mi stanco di vedere le immagini dell'ottavo con Dominic Thiem. È qualcosa di indecifrabilmente ipnotico. Un kolossal drammatico, ma un po' commedia yankee scollacciata, non senza un filo di esistenzialismo francese. Il Gladiatore con battute da Ben Stiller col dolcevita.
Chi la sa lunga, più gli orfani di Federer (ancora in vita) avvezzi ad eccitarsi per chiunque col rovescio a una mano riesca a battere il diavolo Nadal, da almeno un par d'anni ci descrivono Thiem come uno "bbbono", di quelli da vittoria slam (entro un tot di mesi, giorni e ore). Sempre guardato con diffidenza a tali entusiasmi per via dei limiti tattici (enormi: o sfonda o sbarella) e mentali dell'austriaco, ma mai avrei pensato potesse rischiare anche con Sandgren.
Invece ecco la meraviglia assoluta.
Thiem mena come un fabbro a testa bassa, Tennys rintuzza leggero rimandando di là colpi ancor più veloci, sibilanti, e in un baleno, senza che l'altro nemmeno se ne accorga, è a rete, con rapido bliz, per prendersi il punto. Sembra sul punto di morire, paonazzo, col passo da pre infartuato giocatore della domenica. Ma poi riparte, facendo ammattire l'austriaco, tra rovesci ficcanti e dritti in gancio raccogliticci, giocati come se colpisse con la mano. Da dove sbuca quel fenomeno innaturale? La bellezza del tennis, capace ancora di regalare simili isolate pagine di magia. Di colpo sembra trasfigurato mix tra Jimmy Connors destro e Gattone Mecir. O tra il fratello scarso di McEnroe e Richey Reneberg. Thiem sotto due set a uno non sembra avere l'intelligenza per pensare ad un piano b. Anzi, pardon, proprio non ha un piano b. Mena, mena e mena come un ossesso. Lascia partire un mostruoso rovescio incrociato che l'altro, come un tacchino catarifrangente, incoccia con un rovescio agile, un sibilo incrociato e vincente. Chi lo ha detto che il rovescio classico è sempre più bello del bimane?
Tutto fantastico, fino al tie-break del quarto, quando Domenico il montone, con un un rovescio lungolinea di rara cafonaggine con rantolo di chi sta espellendo un polmone, annulla un match point e chiude il quarto. Favola finita? Chiunque, anche non necessariamente italiano, sarebbe crollato, rischiando la bicicletta nel quinto. Non lui, l'eroe per caso, protetto da un'aura d'invulnerabilità. Manca poco che indossi la maschera di Harvey Keitel e urli "Nessuno può uccidermi! Sono benedetto!". E, incredibilmente, regge colpo su colpo, argina orrendamente leggiadro le sfuriate scomposte dell'ottusangolo austriaco. E la vince sior-siori. Perché le fiabe (o le comiche di Benny Hill) esistono ancora nel tennis, amici cari.
Ora per lui poche, pochissime, speranze contro il coreano Chung, capace di estromettere Djokovic (ok, lontano da quello migliore) con una prova di rarissima forza, fisica e mentale. Un muro dal fondo, che devi ammazzare tre volte.


sabato 20 gennaio 2018

AUSTRALIAN OPEN 2018 - BOLLETTINO DI GUERRA, PRONOSTICi OTTAVI




Calura, boccheggiamenti, visioni mistiche e svenimenti, sotto i quaranta gradi di Melbourne. Qualcuno ha anche rischiato di morire, tumulato nel vicino cimitero dei martiri del tennis, sulle cui tombe quel simpatico zuzzurellone  di Bernard Tomic piscia birra e si accende una sigaretta con una banconota da mille dollari.
Tra gli uomini ci lascia prematuramente Wawrinka versione reduce di guerra con cicatrice da uomo vero, di chi si sutura le ferite col fil di ferro. Cade per mano di Tennys Sandgren (uno che in condizioni normali userebbe come spazzolino del wc). Fuori anche l'altro possibile outsider Del Potro per mano del redivivo Berdych. Liquefatto sotto il sole australiano il giovane predestinato Zverev, cui Chung infligge una dura lezione da occhialuto professore a supponente (e sopravvalutato) cocco dei professori. Il rischio di diventare fuori corso è concreto.
Nessun problema per i favoriti Nadal e Federer. Percorso in discesa per lo spagnolo, smanicato come agli esordi da diciassettenne Mowgli (tranne per due chili e mezzo di capelli). Avversari buoni per sgranchirsi i muscoli. Solo nominalmente più impegnativi quelli di sua Divinità Immortale Federer, per ché allo stato attuale Gasquet vale quanto un Leonardo Mayer. Elvetico che, al solito, è balsamo, collirio santo per le nostre cataratte violentate da mezzadri ghermenti racchette come scalpelli.
Un dato di fatto va sottolineato: Novak Djokovic è tornato, annessa qualche pantomima da morente malato immaginario che aveva caratterizzato i suoi esordi. Salvo insolazioni, tachicardia, crisi di ventilatio intestinalis putrens, per la vittoria finale c'è anche lui. Prima di una semifinale con Federer, altri banchi di prova saranno Chung e (soprattutto) Thiem che sta picchiando bene (bell'acchiappo Kiki Mladenovic, distrutta. Che Radek Stepanek abbia trovato un erede ammazza fidanzate tenniste?). Da quelle parti, in agguato, orrendo, nell'ombra come il gobbo di Notre Dame, Cilic.
Si sapeva già leggendo il tabellone, e si è confermato spot più interessante quello in cui sgomitano due i diversamente bulli Dimitrov e Kyrgios, per un ottavo che vale una semifinale. Il vecchio Tsonga l'ha spuntata di orgoglio sullo sciagurato Niagara Shapovalov, prima di arrendersi proprio a Kyrgios. Australiano in buona forma e l'ottavo con Dimitrov è aperto a ogni soluzione.
Capitolo italiani: ben due (dicansi due) alla seconda settimana. Non avveniva da quando Berlusconi cantava canzoni francesi in dolcevita nelle navi da crociera e Peppe Grillo faceva cacare solo come comico. Bravi Fognini e soprattutto Seppi (uscito vivo dalla maratona col giurassico Ivo Karlovic) a sfruttare bei buchi nel tabellone. E non sono nemmeno chiusi. Entrambi sfavoriti (Fognini per curriculum, Seppi per freschezza) contro Berdych e Edmund, ma se la giocano.

Veniamo alle nostre amabili, vezzose, donne (molte) in antistupro mutandoni fantozziani. Ci lasciano prematuramente Kvitova e la cavallona di Pamplona Muguruza. Resta in corsa le il trio Lescano delle pallettare favorite: Halep, Wozniacki, Svitolina, cui si aggiunge con autorevolezza Kerber versione carrarmato che umilia i latranti resti di Sharapova (dato di fatto, coincidenza o meno, fate vobis: senza Meldonium, da mesi ormai, Masha fatica a valere le prime trenta. Forse 50.). Woz e Halep si sono salvate in modo rocambolesco, la prima graziata dal braccino (premio Dementieva 2018) Jana Fett da 1-5 15-40 al terzo, la seconda uscita vittoriosa da una maratona a chi spirava prima con la trottolina Davis, una che somiglia a un pomodoro pachino.
Proveranno ad assaltare il muro delle regolariste, alcune picchiatrici: la spettrale Pliskova e Medison Keys in buona forma. Qualche chance anche per Garcia, sempre indecifrabile, e la giovane Osaka. E perché no, Barborella Strycova, cui il clima caldo provoca uno strano effetto di eccitazione compulsivo creativa. Insomma, sta giocando bene o l'hanno sedata.

Qualche pronostico prima di andare a dormire:


Uomini

Nadal-Schwartzmann 90-10. Una nota merita questo ragazzo argentino, dal nome e craniometria teutonica e altezza da pigmeo. Ma non credo posso fare più di 12 games.
Cilic-Carreno 60-40. E ottavo da parental control fu. Peggio di un talk di La7Beppa con notisti ingellati che come cuccadores rivieraschi si masturbano sulle cosce della Boschi. Bambini a letto e Cilic in quattro set.
Kyrgios-Dimitrov 55-45. Già scritto prima. Match da 1X2. A pelle prendo Kyrgios, ma giocata saggia è l'over.
Edmund-Seppi 60-40. Ottavo che se capita come primo turno di un atp 250, seguirebbero solo i parenti stretti interessati all'eredità. Favorito l'inglese, ma l'indomito altoatesino si esalta sopra i 45 gradi e quando gli altri si disidratano.
Thiem-Sandgren 90-10. Oddio, colpi di calore, asteroidi, missili, etc, a parte, esito scontato quanto un editoriale di Travaglio sul "governo Renziegentisconi ladro che li politici arrubbeno, w Peppe mio tvbdmscpmttt".
Djokovic-Chung 70-30. Occhio al coreano, altro test per il lazzaro serbo. Nole in quattro, o tre briosamente tirati.
Berdych-Fognini 60-40. Berdych è tennista di livello superiore, ma l'italiano può far valere la sua astuzia italica contro la pertica ceca, spesso in ambasce quando non può giocare sul suo schema (bum, pam, ba-bum).
Federer-Fucsovics 90-10. Sbracciate di allenamento per Federer, anche se l'ungherese è in buona forma.


Donne

Halep-Osaka 45-55. Qui per me può scapparci la sorpresa. A 3,00 si può provare la ragazzona nippo hawaiana, che pare sul punto di esplodere ed è puledra di razza negli slam. La Halep del turno precedente ci lascerebbe le penne. E ha 3 ore e 45 di battaglia sulle gambe.
Pliskova-Strycova 45-55. Derby ceco interessante, tra i due opposti. Una smunta, assente, picchiatrice giraffona, l'altra brevilinea, isterica, tennista a tutto campo. Si può tentare Barborella a 3,50 e tifare ebbri di birra.
Kerber-Hsieh 75-25. Il pur lodevole ossicino quadrumane di Taiwan potrà poco, rischiando di essere stritolata dal panzer tedesco. Wwf allertato.
Keys-Garcia 50-50. Ottavo equilibrato e (potenzialmente) da guardare. Ha lasciato migliori sensazioni Keys, quindi prendo lei.
Martic-Mertens 40-60. Il cuore è tutto per la garrula gazzella croata, sempre ispiratissima negli slam. La ragione dive Mertens, in gran spolvero in questo inizio 2018.
Svitolina-Allertova 80-20.
Suarez Navarro-Kontaveit 55-45. Zitta zitta, Carletta è lì. Flemmatica e compassata. I book la vedono sfavorita con la violenta estone Kontaveit (a 2,20). Quindi val la pena giocarla.
Wozniacki-Rybarikova 70-30. Poche chance per la ritrovata giraffina backomane, ma ci proverà.

venerdì 12 gennaio 2018

AUSTRALIAN OPEN 2018 - DRAW, FAVORITI, SCOMMESSE E CAZZI VARI




Si parte col primo slam stagionale. Via dunque al valzerone di analisi e minuziose analisi dei tabelloni appena sorteggiati. Proverò a battere il prodigioso record di Di Maio (10 bugie in 5 minuti). Punto alle 20 cazzate ogni 400 battute di testo.


Uomini

Federer favorito, Nadal un po' dietro. Con Murray sotto i ferri, mistero sulle condizioni di Djokovic e Wawrinka. In terza fila Zverev all'esame di laurea prima di andare fuori corso, Mastro supplente Dimitrov, Del Potro e (chissà) Kyrgios.


Nadal-Cilic. Un cammino da circo medramo può permettere a Rafa di carburare con tutta calma, sadicamente, come piace a lui. Il nonno-nano Estrella per iniziare (se fa 8 games è festa nazionale in Rep. Dominicana), poi l'altro nano Schwartzmann, il prestidigidatore Dolgopolov o il gigante Isner. Poche insidie per Cilic. Le vecchie lenze Youzhny e lazzaro Simon o l'orrido Carreno Carrettero Bustina, per un ottavo da parental control.

Dimitrov-Sock. Spot da incubo per il Supplente Dimitrov, maestro quando mancano tutti (già stà snocciolando un rosarione gigante e puntando spilloni sulle giunture di tutti i top 10). La semifinale dovrà sudarsela. Spottone terrificante. Secondo turno col vincente di Rublev-Ferrer (primo turno da vedere: il giovane pazzo che prova a mettere al tappeto il vecchio cane rabbioso ormai senza denti). Quindi può tranqullamente perdere da Kyrgios (che ha mezzo chilo di palle in più, quando si ricorda d'essere pure un tennista - nelle notti bisestili di plenilunio -). L'australiano però a sua volta è circondato da squaletti cui stanno spuntando i denti: Tsitsipas o Shapovalov (altro primo turno lussuoso tra due giovanotti in crescita e che giocano benissimo, binomio raro). Sock, tra un hot dog e un altro, ha come maggiori ostacoli Fassino Anderson, Edmund o Pouille. Ma si può sempre sperare nel francesotto da manicomio minorile Moutet (mancino tutta verve). Al limite in un acuto del vecchio Kohli ispirato da canguri omosessuali che copulano sulle rive dello Yarra. Dico Kyrgios- Sock.

Thiem-A.Zverev. Ma potrebbe essere anche Wawrinka-Djokovic, i due rientranti e infiltrati in questo spot. Se lo svizzero è sotto la sua soglia, rischia al terzo turno contro Bautista (che infatti è usato come unità di misura per falli barzotti). Altrimenti botte da orbi senza guantoni con Thiem in un ottavo da boxe di strada. Djokovic rischia invece contro quell'istrione trapezista di caucciù rispondente al nome di Monfils. Sarebbe un ottavo interessantissimo quello con Sasha Zverev (che più che dal fratellone, deve guardarsi da Chung e dal rientrante Kokkinakis).

Goffin-Federer. La soporifera flatulenza belga proverà a fare la voce grossa nel suo spot: è o non è lui il vice Mastro di fine anno, in quella gloriosa finale degna di un atp 250? Del Potro già trema. Goffin può perdere anche da un Fognini a caso. I tre quarti di Del Potro possono bastare anche a sopravvivere nella piscina di pescecani dalle sue parti: Il fabbro ferraio Kachanov, il Fognini champagne Paire o un rigurgito d'orgoglio di Berdych (sarà vivo?). Federer stanotte non dormirà pensando alla minacciosa sagoma di chi lo aspetta al terzo turno: Richard Gasquet con ciavatte di topolino. Ottavo in crescendo con Raonic (se il saldatore lo ricompone), contro cui però è sempre andato a nozze. Vedo un quarto da clasico: Del Potro-Federer.

M'è venuto in sogno mio padre e, dopo un rutto, mi ha dato i numeri e il risultatato degli AO: vincerà Djokovic in quattro set su Kyrgios, autore però di un eroico torneo. Sperando che avesse la mente annebbiata dalla vecchia romagna, ho piazzato un trentello sull'australiano a 26.00.




Donne

Situazione al solito più caotica ma paradossalmente delineata, tra le donne. Le tre maestrine regolari (Wozniacki-Halep-Svitolina) contro le bombarole Muguruza e Pliskova, aspettando un sussulto delle calanti Kerber, Venus, Sharapova, Kvitova, Radwanska e qualche conferma dalle sorprese del 2017 (Ostapenko, Keys, Stephens). Parte alta molto più affollata rispetto a quella bassa.

Halep-Ka. Pliskova. Sentiero minato per la rumena che può perdere in due set da una Kvitova in giornata già al terzo turno. Poi un ottavo con una a scelta tra Barty, la bambola assassina Giorgi (che sta giocando da numero 1, che dico, 0,5 al mondo) o Vesnina. L'insulso serpe sibilante di Cechia deve far fuori mezza squadra ceca per arrivare ai quarti: Safarova e Strycova (o più probabile il curioso affare Konta).

Muguruza-Garcia. La spagnola equina s'è un po' nascosta, lamentando problemi ai garretti. Cammino infuocato per lei. Bel terzo turno con la morente Radwanka (che può salutare la compagnia già all'esordio con l'altro serpe Pliskova, Kristina). Poi negli ottavi ecco la sagoma imponente di Briegel Kerber, che dopo un 2017 raccapricciante pare aver iniziato col serbatoio pieno e prosciuttoni Pata Negra mulinanti. Da quelle parti si agiterà scomposto anche il fantasma urlante di ei fu Sharapova, ormai poca cosa nel post meldonium. Le restano ugola e spocchia. Garcia non s'è ancora vista, ma non ha grossi ostacoli: Mladenovic che da mesi non ne vince una manco a dadi (più pericolosa la Watson) e Keys rimasta a New York.

Venus-Svitolina. Indomita, Venus ci prova ancora. Esordio da urlo con la rientrante Bencic galvanizzata dalla Hopman Cup. Il mio occhio perde colpi o questa ragazza tende allo svaccamento? Troppi panzerotti fritti, credo. Poi occhio a Makarova e negli ottavi una tra Gavrilova, al solito eroica a Melbourne e una Goerges in inquietante forma sparacchiante. Bridget Jones Svitolina deve fare attenzione alla Siniakova, poi l'enigmatica Stephens (che ha pur vinto l'ultimo slam, ma può tranquillamente essere estromessa da Kasaktina).

Ostapenko-Wozniaki. La lettone, simpatica quanto una murena, deve guardarsi da Super Kaiona Kanepi o la gnoma invasata Cibulkova. L'eventuale terzo turno sarà comunque per cuori forti, specializzandi in criminologia applicata al mostrocismo. Poi può perdere da Vandeweghe. Cammino abbastanza agevole per la Wozniacki, forse qualche patema rappresentato dalle americane Bellis e Townsend e l'incostante Pavlyuchenkova.

Sempre mio padre, ebbro di Amaro Montenegro, in sogno mi dice di una finale Halep-Svitolina, con ventitisei suicidi sugli spalti. Io gioco Giorgi a 151.00. Hai visto mai che la storia di quel meteorite...

mercoledì 27 dicembre 2017

BORG-MCENROE, RECENSIONE SENZA AVER VISTO IL FILM

Ho provato invano a non ricadere nella (immotivata) eccitazione di pseudo esperti tennistico-cinofili (più che cinefili), ma alla fine ho ceduto alla recensione del film Borg-McEnroe. Ho però deciso di farlo senza aver visto il film. Bene inteso che poi la suddetta pellicola l'ho vista, ma le impressioni sono state clamorosamente rispettate. Niente di nuovo, nulla di sconvolgente. Se non mera curiosità o la voglia di passare un pomeriggio al cinema alternativo alla solita, voluttuosa, masturbazione guardando un porno vintage coreano-americano (con Kim dotatissimo protagonista e Trump esperto di bdsm in mutanda di latex e pene borchiato).

Bene, "Borg-McEnroe" porta in se tutti i crismi dell'inutilità cinematografica: i film sullo sport, sul tennis a maggior ragione, tendono a far cadere le palle più di un talk politico gentista su La7. La storia è già nota, sai già come va a finire, manca il pathos, la tragedia, l'imprevedibile coupe de theatre. Oltre alla difficoltà di far risultare credibile la trasposizione di un evento sportivo.
Ovvio che per renderlo degno di nota (e pure ce ne sono, due o tre) occorra puntare ad altro. Qui ci hanno provato, in modo abbastanza stucchevole, incentrando completamente la trama attorno alla mitologica figura di Bjorn Borg. Al punto che suona ingannevole anche il titolo "Borg-McEnroe". Più appropriato sarebbe stato "Bjorn il Grande - l'orso verso la leggenda". È una specie di santone indiano dal volto di Gesù di Nazareth zeffirelliano, di fronte alla mistica vittoria del quinto Wimbledon. L'Orso mette tutto in secondo piano, amore, amicizia, vita privata, pur di completare la Missione Divina. Suprema. Sovrannaturale. Mistica. John McEnroe è la quasi caricaturale comparsa. Fastidiosa e detestabile macchietta che si frappone fortuitamente tra l'adone svedese e la Storia. Supermac (o stronzo Mac) è borioso ominide dalle spalle scoscese, fisico rachitico e volto a metà tra Ben Stiller e un subumano grillino a caso. Ma non era un riccioluto, lentigginoso, amercano-irlandese? Sarà.
Ogni cosa va al contrario di quello che è stato. Tutto ruota attorno alla divinità svedese che, stringendo la racchetta come un boiscaiolo della Tundra serra l'accetta, manda in sollucchero l'esteta spettatore british. Mentre lo sguaiato bacherozzo yankee nulla può, se non affogare nella bile, scrivere sui muri d'albergo il tabellone, arrovellarsi il cervello, rispondere male alla mamma, dire parolacce ad avversari, pubblico e giornalisti (verrebbe da rincarare la dose, fossero davvero stati così demenziali). Un pezzo di merda che ruba persino la cavigliera all'amico Peter Fleming prima dell'incontro dei quarti. Per puro dispetto, come antesignano di Bart Simpson. Pazienza che non sia vero e imbracci la racchetta come uno stradivari, masturbi palline con tocchi goduriosi quanto beffardi: latrati e salve di fischi per lui dal composto (non meno che competente) pubblico inglese, ai piedi del boscaiolo.

Se John è arrogante giovinetto nevrastenico che salta da una partita a flipper al lettino di uno strizzacervelli, Bjorn invece è un ragioniere compulsivo e ossessionato. Prende la stessa camera ogni anni, stessa auto, stesso autista. Se questi è morto, deve resuscitare e guidare quel fottuto taxi. Altrimenti il fluido magico si disperde, Bjorn minaccia di ritirarsi. Per non parlare del rituale religioso delle corde della Donnay pigiate a piedi nudi, notte tempo, nella stanza d'albergo assieme al fido guru-allenatore. Riti e scaramanzie che Vitas Gerulaitis, schizzato e folle più che mai, tra un drink e l'altro, stretto tra due fan smutandate, racconta a John. Dov'è la "normalità"? In Gerulaitis, risponderà il saggio. Ecco, il personaggio del compianto Vitas è una delle cose migliori di questa trascurabile pellicola. La rivalità raccontata dagli occhi pallati ed equidistanti di un inventato Gerulaitis avrebbe potuto farne un film interessante.

Non mancano flash back e rimandi all'infanzia dei due (va be') protagonisti. Se John è un bimbetto geniale perché sa fare a mente moltiplicazioni complicate (mica per lo straordinario modo di colpire la pallina, darle velenosi effetti che mai si erano visti su un campo da tennis: giammai), ed è viziato figlio di una famiglia ricca, Bjorn è un complicato ragazzo scandinavo di umili origini che inizia a tirare fenomenali colpi a due mani contro il muro di casa. Sconvolgente. Pure Panatta, il sottoscritto, financo Fabio Fognini, avanno iniziato così. Il ragazzo svedese è cacciato dal circolo perché maleducato. Insulta arbitri, sbatte racchette a terra. Anche lui da bambino era un mascalzone. Come Federer, insomma. E anche quel Gesù di Nazareth, in gioventù, era un lazzarone: ancora pischelletto bestemmiava e nascondeva pesci ai pescatori che volevano ammazzarlo a badilate. Bjorn però cresce, matura. Grazie all'occhio lungo del suo allenatore guru Bergelin, a metà tra il maestro Miyagi e Mickey coach di Rocky Balboa. Tra un "metti la cera, togli la cera" e un "devi mangiare saette e cacare fulmini", il saggio maestro riesce a forgiare il giovane Bjorn, facendogli incanalare la rabbia solo sul punto, nello scambio, estraniandosi dal resto. "Occhio - vien da consigliargli - che questo prima o dopo andrà fuori di testa, annegando in un letale mix tra cocaina e Bertè. Fagliela spaccare una racchetta". Mica è come John, che maleducato era e maleducato rimane, fino ai 60 anni. Il bizzoso Superbrath però, come lo stesso Bjorn dice a mezza voce in un suggestivo primo piano, non si distrae con quei siparietti. Anzi, li usa a suo vantaggio. È il suo particolare modo di concentrarsi, diametralmente opposto al suo. E qui ci siamo, per carità. Rare scintille di vero nel nulla. Così come vero è il rispetto e ammirazione che si respira tra i due, malgrado l'odio sportivo. Il resto, spazzatura. Con infarcitura di citazioni sbagliate come la polvere di gesso, lo "you cannot be serious" e la lite con Jimmy Connors, risalenti ad altri incontri, diverse edizioni dei championschips.

Tutto si dipana nell'odiosa scia del bene contro il male. La leggenda del quinto Wimbledon di fila che ossessiona il biondo svedese, intento a ballare come un automa sul filo del rasoio. La disumana macchina perfetta sul punto di incepparsi, frantumata in mille pezzetti. Pensa addirittura di ritirarsi in preda a una crisi di panico, mollare tutto. Imbracciare un fucile e fare una strage sparando nel mucchio, tra la folla che impazzisce per lui sugli spalti mentre ulula e fischia il maleducato yankee come manco il Foro Italico d'annata (quello da cui partono vibranti cori "devi morire" contro il malcapitato avversario di Panatta. Forse lo stesso Borg, tagliuzzato e rifinito in padella dal bell'Adriano in quel glorioso 1976). Parte di queste insicurezze gli derivano da quello sguaiato mancino così diverso da lui, a tratti beffardo. Non pensate di rinvenire dettagli tecnici, in questo orribile film. Nulla o quasi. Forse il pubblico non avrebbe potuto capire. Non c'è traccia del noioso tennis sempre uguale di Borg, dietro la linea. Figurarsi se poteva esserci l'esaltazione verso il gioco d'attacco tutta musica e carezze, tra Beethoven e i Led Zeppelin, di Supermac. Avrebbe coperto la vera essenza acchiappa pubblico: il bene contro il male. E il bene che trionfa in un lieto, con la vittoria di Borg che arraffa la quinta. Mentre Mac mastica bile.
Peccato che nella realtà, le cose siano proseguite in modo diverso. La macchina presto o tardi, è andata fuori giri. Il colosso, tagliuzzato a ripetizione dalle stilettate di McEnroe ha finito per "rimanere dissanguato" come in una delle rare citazioni meritevoli, quella di Arthur Ashe. Che l'anno seguente McEnroe abbia battuto Borg, ponendo fine al suo regno di boscaiolo della tundra. Ma questa è un'altra storia, dove anche i cattivi possono vincere.

domenica 19 novembre 2017

NEXT GEN: IL TENNIS FAST FOOD DEL TREMILA

Spinto da antropologica curiosità, ho assistito a qualche incontro delle NexGen finals di scena a Milano, una sorta di Masters tra i migliori sette under 21 del tennis mondiale (più uno del terzo mondo italiano, per dovere di ospitalità). Urge qualche implacabile considerazione, sia sui giovanotti che sulle novità introdotte dalla manifestazione in vista di applicazione generale in futuro: set veloci (a 4), deciding point, abolizione del net sul servizi, coching con tanto di cuffie stile "Lascia o raddoppia" o Robertino ("ho vindo quacchecosa?") e altre mirabilie della modernità che ora mi sfuggiranno. Scopo evidente di questo tennis fast food sarebbe snellire il giuoco senza tediare troppo lo spettatore, che non è più quello del tv in bianco e nero ma guarda le partite sullo smartphone, twitta, si selfa, ha premura perché rischia di saltare la lezione di pilates postando una stories sull'Instagram mentre gratta le palle a un gatto nudo al tramonto. Il mondo va veloce, a chi inesorabilmente soffre di gotta e abbassamento della vista non resta che adeguarsi o buttarsi sulle bocce al parco. Al limite guardare i lavori per strada come i vecchietti, con aria scettica.
Cosa penso di queste novita, è presto detto: mi paiono una enorme, inutile, minchiata. Sembra roba buona per bimbiminkia che mangiano un panino al McDonalds ascoltando Fedez.
Se una partita è bella, te la godi per quattro ore. McEnroe-Borg, ma anche Youzhny-Del Potro, speri duri tanto. Nadal-Ferrer auspichi finisca alla svelta, non c'è set corto che tenga. Come un film. Non è che se dura poco diventa bellissimo. Anzi, se è bello, vorresti durasse di più. Se fa cagare, preghi la madonna addolorata che finisca quanto prima o vai a drogarti in bagno. Non è che mezz'ora di concerto di Fedez si più coinvolgente di tre ore dei Guns n'Roses.
In soldoni, per rendere più attraente il tennis, le grandi menti che governano questo sport, pensano a cambiare il format, quando invece il busillis non riguarda le regole, ma la bellezza tecnica oramai ridotta a contorno. Eccezione nell'abominio. Se il risultato che si vuole ottenere è far guardare superficialmente il tennis a chi non capisce un cazzo allargando l'effetto bimbominchiesco anche alla racchetta, però, questa novità è geniale.
Indubbiamente, la stagione risulterebbe meno stressante fisicamente. Basta vedere cosa è successo in questo 2017 da lazzaretto tennistico, martoriata da infortuni dei big e che nel finale ha visto prevalere chi ancora si teneva in piedi, un Master aberrante. La soluzione è rendere partite e tornei più rapidi? No, sarebbe eliminare tornei dal calendario, al limite. Ma contro gli sponsor non si può andare e allora ecco la soluzione: rapide baracconate.
In questo ci sarebbe la stessa contraddizione avutasi nel Pleistocene col cambio di materiali. Furono create racchette spaziali e leggere, generatrici di potenze terrificanti, ace e poco gioco sul veloce. La solizione? Impossibile tornare al legno, ecco che le superfici rapide furono trasformate in lenti cerapongo, appiattendo ogni differenza e peculiarità tecnica, trasformando tutto nello strano effetto da tennis volano: l'orrore.
Al solito dunque. Come per i materiali, anche le nuove regole snellenti fanno fronte a un problema reale non centrando il nocciolo del problema e anzi, rischiano di impoverire l'essenza di questo sport.

Ma passiamo con consueta solerzia alla disamina dei giovanotti del tremila nel Masters McDonalds. Assente Zverev, già tra i grandi, vince il più maturo, l'occhialuto Chung. Solidità tecnica e mentale, pochi fronzoli. Se provo a immaginarmelo come futuro dominatore del tennis mondiale, viene da espatriare su Marte o consolarsi pensando a cose peggiori (Trump alla Casa Bianca, Di Maio premier, il tofu, etc), ma può benissimo essere un top ten per anni. Un Nishikori con meno talento e più fisico da torello.
Poi un drappello di russi, osceno mix tra Davydenko e Safin. L'unico che vedo (e prevedo) possibile vincitore di slam resta Rublev. Pazzo, elettrico talento e velocità d'esecuzione strabiliante. La personalità c'è (tanta, forse in esubero), se riuscirà ad evitare pause letali sarà al vertice per anni. Kachanov tira scaldabagni terrificanti, ma non lo vedo come numero uno, quanto una mina vagante che in giornata o settimana giusta può diventare ingiocabile. Medvedev mi entusiasma poco. Certamente meno di Malgioglio al Gf vip che canta e balla "uticuticutì uticutà". Coric è un raro concentrato di boria comportamentale e tedio tecnico. L'unico ad entusiasmarmi, ammetto la debolezza, è l'uragano biondo del Canadà Dennis Shapovalov. Tecnicamente unico. Nei momenti di furore tecnico e agonistico risulta adrenalinico, dirompente e inarrestabile come le Cascate del Niagara. Considerando anche che ha tre anni in media meno degli altri, il futuro è dalla sua e i limiti pesano meno. Se penso a un numero uno nel 2022 penso a lui, mica a Chung.
Capitolo a parte quello di Gianluigi Quinzi. Invitato come premio alla nazione ospitante e uscito vittorioso da un torneo di pre-quali. Viene alla mente la finale di Wimbledon junior in cui domina il pari età Chung. Non si può non notare come in soli tre anni il coreano, lavorando sodo, sia diventato solidissimo e completo, mentre il marchigiano è rimasto avvitato a quello che era, seguito malissimo da chi si è cullato nelle malsana idea di avere già nelle mani un campione fatto e finito. Peggio ancora i tifosi morti di fica, convinti d'aver trovato dal niente il Messia, il Rafa/Roger tricolore. Invece ecco che, lampante, viene alla luce quanto valga il tennis junior: nulla. O, per chi ha l'intelligenza di capirlo, l'unica certezza di avere una buona base per iniziare. Quinzi basa tutto sul ritmo e l'intensità che spesso non è abbastanza o sufficiente nei pro per contrastare chi ha il colpo vincente o con chi, rispetto a lui, rispetto ai tempi junior ha lavorato tantissimo. Alla fine non sfigura nemmeno troppo e ha ancora tempo, se seguito bene, per avere una carriera discreta.

lunedì 11 settembre 2017

US OPEN 2017 - PAGELLE FINALI



Uomini

Rafa Nadal 8. O 16, il culo. Poteva perdere da almeno 5 o 6. Non ne incontra nessuno, ma neanche un top 50 fino alle semifinali. In semifinale i resti esausti di un mezzo Del Potro (28) e in finale il temibile palo di frassino Anderson (21). Tutto senza nemmeno ingranare la quinta e preservando anche energie per il finale di stagione in cui deve conservare coi denti il numero uno. Il culo però aiuta gli audaci e negli slam può succedere di tutto, specie in questo, atrocemente monco. Per il resto, solita esibizione di ferocia agonistica e mentale, ma ne bastava la metà. Pareggia Federer (di cui è perenne incubo) in tutto, slam e 1000 vinti in stagione.
Kevin Anderson 7. La morte in permesso. Potrete dirlo ai nipoti: ho visto questo fluttuante tronco di arbusto gigante che pare doversi spezzare al primo refolo di vento, arrivare in finale in uno slam, complice un tabellone da Atp 250. Comunque bravo a spuntarla nella bagarre horror-splatter tra lungagnoni nella parte bassa.
Juan Martin Del Potro 7,5. Vincitore morale, anche se la morale non conta un cazzo. Salva il torneo dalla noia bestiale con imprese da nobile guerriero ferito, violento e orgoglioso. Eroico con Thiem, superbo con Federer. In semifinale getta tutto quello che aveva in corpo nel primo set, poi è travolto dalla furia devastatrice di Nadal in quarta.
Pablo Carreno Busta 7. Elogio della noia operaia. Ferrer 2.0 alla valeriana. Semifinalista battendo quattro qualificati e lo gnomo albino Scwhartzman (7-). Può bastare.
Dennis Shapovalov 7,5. Colpi strabilianti, coraggio-incoscienza, carattere. Il diciottenne canadese esplode all'improvviso. Perché così deve essere per un predestinato: tutto naturale (in barba a futuri campioni come Coric e Zverev costruiti da anni in laboratorio). Come Mac nel '77, per dirne uno banale, partendo dalle qualificazioni. Ovvio, ha limiti e rudezze da limare. In primis l'inesperienza e quella sufficienza-eccessiva sicurezza nell'addomesticare volée (quasi sempre sgozzate), che paga nel match sciagurato con l'impiegato del catasto Carreno.
Roger Federer 6 (di riverenza). Sua Divinità Celeste acciaccato, poco allenato, si salva nei primi turni, cresce, illude, prima d'imbattersi in un Del Potro con la mannaia. Confusionario, tatticamente suicida. Poteva anche vincerla, giocando meglio un paio di punti decisivi. Ma a volte, complici i risultati del 2017 di grazia, ci si dimentica che questo signore ha 36 anni, dicansi 36.
Grigor Dimitrov 4,5. Uno slam lo vincerà, prima o poi. Sperando che in 126 diano forfait per malaria e l'altro si pugnali da solo durante il match.
Andrei Rublev 7+. Un astronauta russo con turbe psichiche, dalla spaventosa velocità di braccio e rapidità nell'esecuzione dei colpi. A Nadal basta sporcargli gioco per mandare la macchina sparapalline in corto, sull'orlo della crisi di pianto. Ma ha solo 20 anni, se non lo internano prima nel manicomio navale moscovita "Youzhny sanitarium", ne vedremo delle belle.
Mischa Youzhny 8+. Altro mattatore indiscusso. Tarchiato, semovente, squilibrato soldatino di piombo col rovescio che suona motivetti tzigani in salsa metal. Ormai un quasi ex, che a 35 anni si dibatte ancora ostinatamente nelle retrovie. Trova un Federer che va a due all'ora e a parità di velocità vien fuori un equilibratissimo match anni '70, giocato con racchette di legno. L'urlo lacerante, autenticamente bestiale, dopo aver annullato il set point nel quarto set, ormai devastato anche dai crampi, resta la cosa più bella dell'intero torneo.
Dominic Thiem 5. Un Gasquet virulento, tatticamente ottuso e caratterialmente fantozziano. Delpo è Delpo, ma per perdere in quel modo ci vuole arte.
Paolo Lorenzi 7. Cuore di toro, palle in titanio. Con mezzi non eccelsi, ma comunque migliorati anno dopo anno con motivazione da ventenne, a 36 anni raggiunge per la prima volta gli ottavi in un major. Finisce con le bombole d'ossigeno mentre provava la disperata rimonta contro Anderson.
Alexander Dolgopolov 6,5. Infuriato per le ultime vicissitudini, lanciatissimo verso il titolo da leggenda. Sfilettato Nadal come uno Sweeney Todd sadicamente ispirato, avrebbe fatto un sol boccone degli altri. Ma la sventura è dietro l'angolo e si fa male. Che altrimenti...
Zverev Family 4,5 (Mischa 6, Sascha 3). Il campioncino in costruzione cade goffamente all'esordio. L'esperto fratellone dal naturale tennis felpato è sempre più solido. Uccella ancora il palo della cuccagna Isner (5), crolla con quello della luce Querrey. Insomma, quello forte resta Misha. Me lo ripeto ogni giorno, prima di prendere le goccine.
Sam Querrey 6. Uno statunitense abituato ad Ashe, Connors, McEnroe, Sampras e Agassi, ora deve sperare in simile Lurch tremebondo o al limite suicidarsi. Perde l'occasione della vita per fare finale.
Fabio Fognini: sui ceci. Prendete un dodicenne studente di seconda media con vestiti firmati e sorrisetto immotivatamente strafottente. Non è abbastanza dotato per arraffare una sufficienza senza aver studiato. Anzi, è superato sia dai secchioni che dai veri talenti che non hanno bisogno di studiare. È maleducato, anche. Insulta a bassa voce la maestra, che gli dà una nota e lo manda fuori. In corridoio minaccia di tirare la cartella in testa a un bidello (pelato). A casa i genitori gli dicono che deve chiedere scusa alla maestra per evitare la sospensione e lui ubbidisce, con l'aria da discolo (fintamente) pentito. Mentre una zia (fintamente) risentita lo rimprovera severamente. E, con commovente tappetino musicale da telenovela colombiana, dice che da grande vorrebbe insegnare l'educazione ai bambini d'asilo. Tipo Dracula che si propone di tenere simposi sull'emofilia. Ecco, questo è il Fogna show a NY. Stavolta però la fa davvero grossa. Ci sono insulti sessisti di mezzo. Come se quelli razzisti allo "zingaro" fossero meno gravi. La mia idea è che non sia sessista, come non era un razzista. Gli credo. Dice cose senza conoscerne il significato, come quel dodicenne di cui sopra, perché fa figo voler sembrare una "testa calda" e serve a far passare in secondo piano l'unica verità: la pochezza tecnica. E Travaglia (non certo Sampras) che gli infligge una limpida lezione tennistica.



Donne

Sloane Stephens 9. Simpatica, sexy ed elegante. Una ventata di fresca bellezza per la Wta. Che avesse anche i colpi per primeggiare lo si sapeva da oltre un lustri, senza mai esplodere a causa di carenze caratteriali e altro. Solo cinque mesi fa riprendeva a camminare. L'infortunio al piede deve averle dato quella convinzione e forza mentale che prima le mancava. Il titolo lo vince battendo Venus, di carattere e intelligenza tattica.
Madison Keys 8. Altra bellissima novità. Piace per la sua serenità e sorrisone da sorella indolente di Bugs Bunny. Bellissimo dritto e servizio da Atp, gioca un gran torneo, cui manca solo la ciliegina: una finale quasi non giocata, anche a causa dei problemi fisici.
Coco Vandeweghe 7. Il cerchio della nuovelle vague yankee esplosa a NY si chiude con la simpatica Coco. Una che vorresti portarti in giro a bere birra e fare gara di rutti. Anche lei contribuisce alla ventata di freschezza con un atteggiamento poco invasato, sorridente, da arrembante arruffona. Cede in semifinale, ma il suo maestro Pat Cash sta facendo un gran lavoro.
Venus Williams 7. 37 anni: due finali slam, una semifinale nel 2017. Le manca sempre un centimetro per l'epica vittoria, ma resta l'ultima diva. E, a chi le chiede cosa farà nel 2018 risponde, quasi sorpresa risponde: semplice, continuerò a giocare.
Anastasija Sevastova 8,5. Ride, piange, parla da sola, insulta qualcuno all'angolo, vorrebbe ammazzare fantasmi immaginari, poi ride ancora e piange. Questa è matta come un cavallo. Ma che mano. E che classe. Semplimente sublime il modo in cui ischerza, fino quasi all'umiliazione sportiva, nientemeno che Maria Sharapova: smorzata languida, morbido lob a superate la statua russa butattasi goffamente in avanti e altra smorzata irridente con la diva che sbuffa livida. Fermate tutto, il torneo femminile finisce lì.
Karolina Pliskova 5. La pitonessa abdica dal numero uno alla sua maniera: trasparente.
Kaia Kanepi 7. Tutti in attesa del ritorno di Masha, ed ecco il vero comeback di peso a Flushing Meadows: Kaiona la bella, dall'Estonia con furore.
Garbine Muguruza 5. Diventa numero uno giocando un torno pessimo. Tutto regolare nella magica Wta.
Elina Svitolina 5,5. Pestata ferocemente da Keys.
Petra Kvitova 7+. L'elefantessa felina è tornata dopo il grave incidente. Barrisce e picchia come ai bei tempi. Carattere da campionessa per battere Muguruza. E incostanza, quella per cui viene superata da Venus.
Maria Sharapova 4,5. Nessuno lo dice, ma la Masha del post Meldonium è irriconoscibile. Certo, urla, lotta, picchia con la vanga da ferma, vince un paio di match complicati, ma finisce con inquietante volto livido e sfatto, umiliata dalla Sevastova.
Simona Halep 6. Sfortunata. Visto che ormai non conta più nulla, la gioia del numero uno per una settimana almeno la meritava pure lei.
Camila Giorgi 6. Nel giorno in cui Muguruza diventa numero uno al mondo, lei che "le è (molto) superiore", diventa numero uno d'Italia e 67 al mondo.

giovedì 7 settembre 2017

LA VARRA E LA GARRA: ELOGIO DI JUAN MARTIN DEL POTRO



Solo una cosa avrebbe potuto salvare questo Us Open 2017 monco e azzoppato all'altra gamba dal simpatico Murray, da una deriva cloroformica: l'ennesimo kolossal tra Federer e Nadal (sebbene di semifinale) ancora inedito a New York o lo sbocciare di un giovanotto della nuova generazione. Nulla di più sbagliato. Dal torpore ci salva il gigante compassato, Juan Martin Delpotro.
Due, osservandolo in questa seconda vita sportiva, sono le prime parole che mi vengono in mente: "sofferenza" e "orgoglio", ancora prima di "violenza", già lampante nella prima vita. Varra e garra, martellate e carattere d'acciao inossidabile. Quattro operazioni, anni interi tra infermeria, rieducazione, tentativi falliti di rientri, altri stop in clinica, ritorno a mezzo servizio. Chiunque si sarebbe arreso, con il paracadute di un buon conto in banca e ricordi da tramandare ai nipotini. Non lui, che con orgoglio (per l'appunto) e amore per questo sport inversamente proporzionale rispetto a quello dei Kyrgios, ha insistito. Davvero una sofferenza indicibile per chi guarda in panciolle sul sofà, figurarsi per lui. Lui che a 21 anni (ora quell'età è buona per assaltare il Master NextGen al massimo) vinse proprio a Flushing Meadows spaccando il cemento e mandando al tappeto Federer, ha dovuto reinventarsi. Cambiare gioco, strategie, usare il rovescio quasi esclusivamente in agricolo slice come un Petzschner senza averne l'aria. La sua, di aria, è sempre quella del gaucho triste, afflitto da mille mali, dall'incedere lento. Agonista autentico come pochi però, quando serve esaltarsi ed esaltare patrioti o yankee che siano. In barba ai nuovi pupazzi agonisti di cartone, sempre più imperversanti, dal pugnetto incorporato.
Qualche sprazzo, sconfitte che bruciano quel ricordo. Quest'anno perde anche da Gastao Elias a Lione, per dire. Un normale top 30 che normale non è. Infatti, quando è stimolato dall'ambiente o dal prestogio di un evento, in soccorso all'atleta ormai a mezzo servizio arriva il famigerato orgoglio corroborato da attributi in titanio: exploit alle Olimpiadi o battaglie epiche in camiceta albiceleste conducendo l'Argentina al trionfo.
Il resto è storia recentissima. Rianima un torneo morente con imprese che rimandano ad eroismi antichi. Sfatto dall'influenza (perché un malanno dev'esserci per forza, manco fosse la reicarnazione di Geremia Lettiga) è sul punto di ritirarsi con Thiem prima della straordinaria rimonta. Ovvio, il Fantozzi austriaco ci mette del suo, ma varra e vanga del pistolero di Tandil sono ancora una volta da applausi.
Nella nottata poi, si prende la semifinale con altra prestazione sontuosa, buona per abbattere un Federer sfarfallante. Rispetto a otto anni fa, sembra un altro match. Delpo gioca senza rovescio, Federer serve and volley o sui due scambi.
I tanti meriti del Lazzaro argentino non  vengono meno sottolineando la giornata incerta  di Sua Divinità Celeste. Migliorato rispetto ai due match di esordio, ma lontanissimo rispetto alla versione deluxe 2017. Tatticamente suicida, offre il petto santo ai dritti dell'argentino che per poco non lo decapitano (Sua Maestà decapitato dal gentile boia gigante), e canna quattro set point che lo avrebbero portato avanti due set a uno. Forse parleremmo di una storia diversa, ma evviva Del Potro. Che Iddio ce lo conservi, anche backato.
Ora per lui c'è Nadal che ha triturato un Rublev col veloce braccio atrofizzato dall'emozione. Missione impossibile per Delpo abbattere il toro di Manacor, ma cosa vuoi che sia per chi ha superato un infortunio che avrebbe abbattuto una mandria di tori (di Manacor e non solo).

Due parole di numero per il tabellone femminile allineatosi alle semifinali: Stephens-Venus e Vandeweghe-Keys. Tripudio a stelle e strisce. Oltre all'intramontabile Venus, altre tre arrembanti giovani made in Usa. Vengono alla mente i confronti di FedCup Italia-Usa. Dream team italiano che faceva sempre un sol boccone di queste derelitte collegiali diciottenni, sbeffeggiate quasi dai nostri impettiti cantori. Ora il Dream Team non c'è più, ma le scolarette, forti anche di quelle esperienze, si giocano gli Slam tra di loro. E altre si sono perse per strada solo a causa di infortuni. Quel pazzo diceva che un politico pensa alle prossime elezioni, mentre uno statista alle future generazioni. Sarà che nel tennis ci mancano gli statisti.



domenica 3 settembre 2017

US OPEN 2017 - MIX TRA NIGHTMARE, FAMIGLIA ADDAMS E ALIVE. PRONOSTICI SICURI DEGLI OTTAVI



Uomini


Nadal-Dolgopolov. Rafinho diesel us(ur)ato, carbura grazie a tabellone da challenger di Quito. Se in giornata di grazia, Dolgo lo spazza via in tre set agili. Forse quattro, se si distrae per le mosche.
Goffin-Rublev. Altro ottavo inattefso. Ma "sti cazz e russ" quanti giovani promettenti hanno? Quasi quanto noi con Berrettini e Jimbo Quinzi. Il Richie Rich selvatico Rublev è on fire. Difficile, ma può scardinare l'ordinato (e trasparente) muro belga. Over senza dubbio.
Federer-Kohli. Se Nadal ha avuto un cammino agevolato da avversari da challengers (o poco più) su terra, Federer s'è salvato miracolosamente contro un giovane americano e ottimi, talentuosi specialisti, ma quasi ex (Youzhny e Feliciano) sempre vessati in carriera. Ora sotto con l'altro martire di lungo corso: il Kohli. Lo svizzero sta carburando. Match movimentato, ma difficile ceda un set
Del Potro-Thiem. Forse l'ottavo più interessante. Tabellone così modesto che anche un Del Potro a mezzo servizio, seppure in buona forma, può dire la sua. Spero la spunti il pistolero di Tandil, ma sarà match cruento. Vedo e prevedo 5 set.
M.Zverev-Querrey. Finisce sempre così, in barba a bimbiminchia predestinati: a difendere il nome degli Zverev la seconda settimana resta solo Mischa. Quello forte della famiglia. Compito improbo per lui, giustiziere dei mostri affetti da gigantismo. Eroe senza macchia. Dopo Isner, davanti a lui le atroci sagome di Querrey e Anderson. Ok, ho le mani sulle balle, ma non è scaramanzia. Lurch Querrey è già in finale.
Lorenzi-Anderson. Ne abbiamo viste di ogni in questo slam, ma la corsa (formidabile, eroica) del Paolino nazionale è destinata ad infrangersi contro il Fassino sudafricano.
Shapovalov-Carreno Busta. Nextgen attesi per anni, in perenne formazione psicofisica da galleria del vento, pfuah. I cavalli di razza sbocciano così, all'improvviso. E questo lo è. Il ragazzo però ha 18 anni e sei partite vinte potrebbero pesare contro l'orrido Carreno, un Ferrer moderno. 1 e over.
Pouille-Schwartzman. Uno-Ics.



Donne

Pliskova-Brady. Pitonessa facile.
Vandeweghe-Safarova. Fascinoso duello tra l'arrembante bovara scoordinata e la svenevole picchiatrice ceca. Dico Safarova in tre.
Kasatkina-Kanepi. Lungodegente, Kaiona la bella rientra e arriva in ottavi a suon di coriacee battaglie. La giovinetta sapiente Kasatkina dovrebbe rispedirla a casa.
Svitolina-Keys. Bel confronto di stili. La potenza della giovane americana e l'ordine dell'ucraina. Vince Keys contro pronostico, si spera.
Venus-Suarez Navarro. Venus vuole fare un regalo alla nipotina appena nata. Carlita già paga del buon torneo.
Muguruza-Kvitova. Finale (o semi) anticipata. Kvitova in formato deluxe è una delle poche (due o tre) a poter inpensierire la nitrente spagnola lanciata verso il titolo. Vince Muguruza, temo.
Stephens-Georges. Sloane già miracolosa nello scampare ai miei vaticini che la la davano in semifinale. Goeges senza tette sembra più aerodinamica, ma alla sua portata.
Sharapova-Sevastova. Masha eroina (nessun doppio senso) acclamata dal pubblico sadomado coi timpani lacerati. È tornata, sior-siori. Lo spermonium è alle spalle. Aperto il concorso: chi ci libererà dall'ossessiva urlatrice condannata per doping? Sevastova non credo abbia la personalità, malgrado un tennis vario e godibile. Forse Stephens. Quasi sicuramente Muguruza. Certamente la figlia di due giorni di Serena, di fronte alla quale impallidirebbe e diventando afona beccherebbe 6-1 6-2.


venerdì 1 settembre 2017

US OPEN 2017 - FEDERER ARRANCA, POI DOMA IL SERGENTE FERITO YOUZHNY



Qui Nuova York. Bollettino di guerra delle 14 dall'accampamento medico. Abbandonano la pugna Ferrer coi reumi, Zverev incapace di reggere la pressione, Kyrgios (per demenza, malanni immaginari, visioni mistiche e aerofagia), Tsonga ormai ex, Berdych ridicolizzato da Dolgopolov che gli scrive "marameo" in faccia e scappa. Sfortunato il ceco, come Tsonga. Vessati dai fab four per anni, ora che i fab four sono decimati loro non sono neppure fab eight. Ieri cede anche Dimitrov, uccellato dal teenager russo Rublev. Dopo il successo a Cincinnati pensavo si fosse fatto uomo e, complici le defezioni, a New York potesse essere tra i favoriti. Niente di più sbagliato. Chi nasce tondo non può morire quadrato. Chi nasce pollo non può morire leone.
Una sequela terrificante che unita alle già note diserzioni fa di questo slam un assoluto terno al lotto: vince chi resta vivo, o almeno in piedi. Ma non è tutto. Sul fantasmagorico Armstrong si è sul punto della sorpresa del secolo: Federer opposto a Youzhny, quasi coetaneo sergente russo ormai in congedo (per squilibrio mentale conclamato) da quattro anni buoni. Un match che, visto anche l'inizio, lo svizzero sembrava capace di portarsi a casa in meno di un'ora. Invece le cose si complicano in modo imprevedibile. Federer è la controfigura di quello dei mesi scorsi. Falloso, lento, impacciato. Ne vien fuori un confronto che sembra un match su terra del 1973, con racchette di legno. Federer è così sottotono da far rientrare il sergente di piombo Youzhny, cedendo secondo e terzo set. La sorpresa è dietro l'angolo, il sergente con un colpo di stato armato a suon di rovesci rischia di abbattere il re anziano. Sul più bello viene in soccorso la Dea Bendata: i crampi del russo, che prova a restare a galla di solo orgoglio, esalando urla bestiali.
Voglio dire, Mischa anche da giovane era lentissimo, un testone semovente con gambe di piombo e mano fatata. Ora a 35 anni lo è ancora di più. Se poi ci mettete i crampi, anche un Federer a due allora riesce a spuntarla al quinto. Contro chiunque altro sano, forse anche Mannarino o Fognini, ci avrebbe lasciato le penne.
L'impressione lasciata da Federer è pessima. Grande cosa è averla portata a casa. I problemi alla schiena sembrano superati, quello che gli manca è la condizione, non essendosi allenato a dovere a causa della schiena scricchiolante. La notizia buona è che la può ritrovare strada facendo. Quella negativa è che se non fa in fretta rischia già con Feliciano Lopez.



giovedì 31 agosto 2017

US OPEN 2017 - TRAVGLIA, FOGNINI E IL SIMPOSIO SUL BOCCHINO



Che poi la vita è così breve per dedicarla alle cazzate, ma pazienza. Tali e tante sono le cose accadute nell'ultima giornata a New York, che io decido di trattare l'annosa questione del bocchino in salsa Fognesca.
I fatti li saprete. Il nostro funambolo ligure sta perdendo, perderà, in modo sacrosanto contro il buon Travaglia. Tecnicamente ci sta. Un Fognini non in giornata può perdere da un Travaglia che ha preparato benissimo Flushing Meadows e veniva da qualificazioni giocate benissimo. 5,50 dei book era un regalo da cogliere al volo, con mano felpata.
E allora? Ancora a disquisire del Fognato? Tra chi difende l'indifendibile e chi spara su una crocerossa sgarrupata, ci sto io che mi diverto un mondo con questo assoluto funambolo del niente orrifico.
Il trentenne campioncino potenziale sta perdendo e, al solito, si lascia andare nel circense numero del genio sregolato e maleducato. Una testa tutta matta, il nostro istrione. Stavolta che s'inventa? Rivolge insulti ed epiteti inqualificabili (poco eleganti secondo giornalisti seri) alla giudice di linea: Testualmente: "troia bocchinara". E che sarà mai, questa mancanza di eleganza? Non siamo mica moralisti da queste parti. Abbiamo visto, idolatrato financo, personaggi umanamente riprovevoli come Connors, McEnroe, Nastase (anche attualmente, come capitano Fed Cup), che in quanto a sboccata maleducazione potevano dare al nostro discolo mignon dotte lectio magistralis. Però ci sono alcune infinitesimali differenza. Quelli erano fenomeni veri, campioni di razza, che con una giocata ti facevano dimenticare tutto, anche certe scenate da buzzurri. Il nostro è da anni un mediocre tennista come ce ne sono altri cento. E ancora, i Nastase e Supermac, se dovevano insultare qualcuno lo facevano a muso duro, occhi negli occhi, da uomini, consapevoli di potersi prendere warning e squalifiche, perché erano (detestabili quanto si vuole) scatti d'ira improvvisi. Gli ominicchi lo fanno girati di spalle, a mezza voce, nelle propria lingua. Suona tutto in modo pateticamente costruito, anche nella maleducazione. Perde, sa che perderà, la butta in vacca con questi teatrini di terz'ordine che fanno passare in secondo piano l'unica verità: è un tennista mediocre, che può perdere da travaglia e altri 100 top 100.
Altro ancora si potrebbe dire. Come le puerili scuse, mai complete ma sempre mascherate da giustificazione ("se pur secondo me avendo avuto ragione" è da Nobel). Di certo il nostro ha ormai scavallato, dagli insulti razzisti ("zingaro di merda...") al più becero sessimo da adolescenti tonti. Perché, a ben pensarci, anche io a 14 anni consideravo poco di buono le donne che fanno certe cose, a 15 già avevo cambiato idea. Chissà cosa ne penserà la consorte. Pietà, direte voi. Pur'io. In ultimo, la domanda sorge spontanea: ero contrario per lui e lo sarei anche per il nostro, ma se Kyrgios per un "la tua ragazza esce con Kokkinakis" fu multato e squalificato qualche mese, a lui daranno l'ergastolo con isolamento diurno?

Via, passiamo alle cose serie. Nessuna sorpresa tra le donne, autentico tsunami in un già zoppo tabellone maschile nella parte bassa. Fuori il favorito per la finale Zverev, giustiziato dall'altro nexgen Coric. Se davvero questi due robottini esagitati si giocheranno gli slam nei prossimi anni, c'è da rabbrividire. Continua invece la marcia devastatrice del tornado biondo Shapovalov. L'ultra nextgen stronca senza pietà uno Tsonga ormai agli sgoccioli. Non diciamo nulla per scaramanzia, ma in alto i cuori.
Crescono le quotazioni di Cilic, Isner e Querrey. Tra questi uscirà un finalista da Famiglia Addams, potete scommetterci. Occhio però a Lorenzi (meraviglioso) e Fabbiano (commovente), uno di loro può lanciarsi verso il super saturday. Dall'altra parte tutto stabile, Federer annaspa, Nadal non incanta, entrambi rischiano d'essere uccellati da Dimitrov.

martedì 29 agosto 2017

US OPEN 2017 - IL TRISTE, PROLUNGATO, VIALE DEL TRAMONTO DI ROBERTA VINCI



Frizzi e lazzi nella giornata inaugurale, dedicata alla parte bassa del tabellone maschile. Di più elettrizzante solo un monologo di Travaglio che ammicca e fa "slurp" con faccia seducente, parlando di una sindaca Raggi non impeccabile, ma sempre meglio di Nerone o di un attentato dell'Isis.
Giornata nazionale degli orridi pinnoloni made in Usa, tra Isner e Johnson, nella quale si perde per strada il calzino Sock. Guest star Zverev e Cilic, che vincono senza incantare. Nessun problema per le favorite nel tabellone femminile.
Ma le prime giornate (e quando se no?) sono tutte dedicate agli eroi tricolori. Bene Lorenzi che batte Sousa (tra le poche certezze della vita, oltre alla chioma intonsa di Morandi, c'è che Lorenzi quando può vincere una partita alla portata, lo fa) e il trullo volante Fabbiano che regola l'aussie anni '70 J.P. Smith.
Succulenta la giornata per le nostre donne. La giovane speranza Giorgi cede nettamente a Rybarikova (una che gioca ancora al tennis). Ora, il match era (opportunamente) lontano dalle telecamere, ma si può ugualmente azzardare come sia andata. La slovacca abusa di slice e la nostra, smarrita, va in corto circuito. Le si fonde i cervellone elettronico impiantatole dal Dott. Frankenstein. "bzzzz...puk...pak...plop" scintilla, amen. Lo sappiamo, basta che la nostra eroina trovi un'avversaria brava a tenerle bassa la palla e va fuori giri. Pensa di poter controbattere tirando ugualmente un vincente dritto per dritto contrario a ogni legge balistica (tranne quella - da Nobel incompreso - di Sergione) col risultato che spara orrendi homerun che vanno a falcidiare gli incolpevoli baraccati sull'Hudson. Dovrebbe farli usare la sindaca (inconsapevole) di Roma al posto degli idranti.
Capitolo a parte quello di Roberta Vinci. La tarantina partiva nettamente sfavorita con la Stephens, america in buona forma e destinata ad arrivare in fondo. Roberta va anche oltre le aspettative, giocando un primo set di dignitoso orgoglio. In realtà, da oltre un anno, il suo è un pesante, imbolsito, svogliato, cammino sull'interminabile viale del tramonto. Niente di male, forse così deve essere un addio. L'eccezionalità sono i ritiri improvvisi, quando ancora si è al top. Il suo però è rivestito di una malinconia strana, perché da mesi sembra trascinarsi non perché non ce la fa più, ma perché non ha più nessuna voglia. Non ha più nulla da dire e da dare. È palese, guardando un suo match. Insomma, Vinci è sospesa tra una Schiavone che, pur non essendo competitiva ai massimi livelli, si diverte ancora a lottare e Pennetta che, dopo epocale botta di culo (congiuntura astrale, se volete) vinse uno slam e salutò la compagnia. Permettendosi pure, dall'alto del suo strabiliante slam, di elargire consigli a quel tale inesperto Federer ("Roggger, vinci st'altro Open d'Australia e poi ritirete da vinccento. Fai come amme" - e arrivanono gli infermieri -).
Vinci avrebbe voluto smettere dopo quella finale a NY, se fosse andata in modo diverso. Invece si è trascinata stucchevolmente tra imploranti "continuo o no?" per attirare attenzioni che puntualmente venivano rivolte ad altre. Errani tortellinizzata, Pennetta partoriente, etc...lei, quasi ignorata, se non emarginata dai massimi vertici.
Ieri dopo la sconfitta dichiara "il tennis non è più una mia priorità". Ce n'eravamo accorti.


sabato 26 agosto 2017

US OPEN 2017 - TABELLONE, FAVORITI E SCOMMESSE



Uomini

Tabellone così sbilanciato da pensare l'abbia sorteggiato Totti o qualche prussiano tifoso del giovin virgulto Zverev.
Tutti nella parte alta, dove l'ipotetico classicissimo di semifinale Federer-Nadal è messo a rischio da outsider assai temibili. Son tutti lì, come tonni d'assalto: Dimitrov, Kyrgios, il grande Fogna (i Berdych). Tamarreide Kyrgios (prendetelo come presagio di sventura) negli ottavi per un Federer acciaccato potrebbe essere letale. Uno svizzero in condizione non avrebbe problemi, anzi vincerebbe il torneo in infradito, ma i malanni alla schiena santa mettono tutto in dubbio. Bisogna vedere anche in quale settimana sarà l'australiano: se in quella in cui si crede tennista o quella in cui sente di voler fare il coltivatore di pomelie a Sydney. In questo caso, perde secco già con Querrey al terzo turno.
Discorso diverso per Nadal. Quello visto nell'estate Usa è ben poca cosa. Dalla sua il tre su cinque e la proverbiale capacità di carburare. Passato l'ostacolo Fognini (bestia nerissima), gran classico contro Dimitrov. Il bulgaro principino perdente, reduce dall'exploit di Cincinnati, si trova più o meno nella stessa situazione di Melbourne. Allora capottò fantozzianamente sul traguardo contro il maiorchino. Stavolta può sovvertire tutto e scombinare il tavolo.
Parte bassa clamorosamente più spoglia. Niente sembra ostacolare l'esplosione definitiva, laurea da major, di Alexander Zverev. Se non quei capelli atroci. Se Federer alza bandiera bianca, è lui il grande favorito per la vittoria finale. Defezioni a go-go e sorteggio da sogno. Tra lui e la finale, qualche palo della luce (Anderson, Sock, Isner) e i fantasmi infermi di Cilic e Murray. In che condizioni sarà lo scozzese? Se sta in piedi può anche andare avanti. Altrimenti buco di cui può approfittare qualche miracolato di terza fascia: Ferrer, Ramos, Carreno o (troppa grazia sarebbe) il giganteggiante Shapovalov.
A mio umilissimo avviso, le semifinali saranno quasi certamente:
Dimitrov-Kyrgios
Zverev-Ferrer




Donne

Ah, beh. Turarsi il naso e provare a leggere il tabellone.
Parte alta: Pliskova-Svitolina è la semifinale sulla carta. Il vintage di Kuznetsova o Radwanska (insidiate dalla giovinetta Bellis) sulla strada della pitonessa ceca. Prima ancora i pericoli vengono dalla gnappa Strycova o (volesse il cielo) dall'adorabile Townsend, tutta ciccia e talento. Svitolina deve guardarsi da insidie tremende assai: la trucicomica russoaustraliana simpaticiccima antipatica Gabrilova e poi negli ottavi quella Keys per me seconda favorita del torneo dopo Muguruza. Nei quarti eventualmente Kerber (se l'hanno rigonfiata dal gommista) o l'appannata campionessa di Parigi
Ostapenko.
Parte bassa più interessante, per il probabile inserimento di vecchie lenze. Sulla sarebbe Muguruza-Halep. Non si può certo dire che la spagnola non debba sudarselo questo titolo. Sulla sua strada il fenomeno marchigiano Camila Giorgia (che, bene rammentarlo ai più distratti, "è moooooolto più forte della Muguruza. Ma mooooolto davvero..."). Poi Kvitova, in condizioni incerte ma sempre col dna da campionessa e Wozniacki. Ammesso che Venus non voglia piazzare l'epica zampata d'autore.
Halep ha un esordio non proprio banale, contro Maria Sharapova. La Masha del post spermonium è una via crucis di infortuni, apparizioni sporadiche come la madonna di Medjugorje urlante e patetici tentativi di provocare una Serena partotorienta da cui s'è beccata circa 21 k.o. consecutivi (forse tra gli effetti collaterali del meldonium ci sarà il masochismo autolesionista. O la totale demenza), ma nel match singolo può dire la sua. Poi il topo operaio Halep incoccerebbe la temibile Stephens o Konta. Occhio alle outsider Vekic e Barty.
A mio modesto avviso, io che non sbaglio un pronostico dal lontano 1995, le semifinali, dall'alto in basso, saranno certamente:
Pliskova-Keys
Muguruza-Stephens

Fate pure il vostro pronostico per le semifinali. Al vincitore andrà un ricco premio: due crocchè, tre panelle e un mio selfie del 2013 a Roma con Vika Azarenka, che, paonazza dopo l'allenamento, rutta allegramente.

lunedì 21 agosto 2017

L'ESTIVO DEBOSCIO



L'inizio del degrado va fatto risalire a Mtv, canale del disimpegno che ha abituato i giovani a non pensare. Il drammatico punto di non ritorno nel volto di Camila Raznovich. Ha pienamente ragione il sedicente filosofo marxista rossobruno Fuffaro. Prezioso e puntuale come una cistite e da qualche giorno mio unico punto di riferimento culturale (scalzando proditoriamente Marione e Bracconeri).
Mi permetto di completare la, pur mirabile, analisi socio-psico-filosofica, affermando che l'inizio del deboscio ebbe inizio ancor prima di Mtv, coi capelloni e le minigonne, senza trascurare il grammofono (come giustamente rimarcò Troisi a Robertino).
Sarà colpa di questo degrado, della generazione di egomaniaci sefatori mondialisti della decrescita figli del Mossad, se mi trovo oggidì a commentare le vicende del Masters 1000 di Cincinnati, masturbandomi.

La storia di questo 2017 è abbastanza chiara. Cadono tutti, come pere mature. Djokovic, Wawrinka, Murray, Cilic, Nishikori in officina a farsi riparare le ossa rotte. Nadal e Federer, come due gladiatori rimasti in piedi, hanno dominato la prima parte della stagione, dividendosi più o meno equamente i bottini. In questa estate americana, però, trovatisi a lottare per la prima piazza mondiale, mostrano anche loro il fianco all'umana usura: Nadal francamente impresentabile, Federer ai box.
Montreal, ma soprattutto Cincinnati, diventano due modesti tornei atp 250, allungando la scia dei 250 post Wimbledon con campo partecipanti da Challengers. Vien da dare ragione a chi chiede un calendario meno pressante. Piuttosto che creare nuovi 1000 o quinti slam, toglierne almeno un paio.
Altrimenti si rischia di assistere allo scempio di Cincinnati. Riesce a vincere addirittura l'algido Principe di tutti i perdenti, Grigor Dimotrov. Vittorioso su Kyrgios, re di tutti i tamarri, che ha il dono di saper giocare a tennis, ma odia il tennis e vorrebbe cimentarsi nel basket o fare il pompiere. Che si annoia quando c'è poco pubblico e si esalta nel mezzo di arene infuocate. Tranne poi tradire l'emozione nella finale con tribune stracolme.
Vince Dimitrov, insomma. Che non sarà un NextGen cui vaticinare improbabili domini, ma un Gen di mezzo sommamente perdente, trovatosi lì per caso, dopo anni da inconcludente predestinato. Bravo a vincere un 1000 battendo i coriacei Banzai Sugita, Palo della cuccagna Isner, il giovanotto Ferrer (nuovamente ebbro di nicotina) e il già citato Kyrgios che non sa cosa vuol fare da grande. Forse il carpentiere a Bellinzona a 1000 euri.

Discorso diverso tra le donne. C'erano tutte le rampanti protagoniste della lotta al numero uno nel breve interregno tra la Serena pre e post parto (o un'esplosione definitiva di Camila Giorgi). Tra la pitonessa a sangue freddo Pliskova e l'operaietta Halep, la lotta era elettrizzante. All'ultimo punto. Garbine Muguruza, tornata versione Terminator, finisce per abbattere entrambe con terrificanti colpi di mannaia. Basterà trovare tre mesi con questa continuità, ma anche meno, per diventare numero uno. Di certo più credibile delle varie Kerber, Halep, Pliskova.

Messaggio ai naviganti: presto o tardi, data la particolare macchinosità nel postar frescacce, allegare foto e video (stile Gue Pequeno), codesto diario verrà trasferito su altra piattaforma. Non so ancora se sarà Russò, Fasebuk, Tinder, l'instagram o Badoo. Vi terrò aggiornati.

lunedì 14 agosto 2017

Il RAGIONIER INFERMO FEDERER, Il ROBOCOP SMILZO ZVEREV, URAGANO BIONDO SHAPOVALOV, BRIDGET JONES SVITOLINA: NEWS DAL CANADA

Pagellame alla rinfusa

Qui Montreal. Di scena gli ometti, al solito falcidiati da quella strana sindrome da lebbrosario abbattutasi sull'Atp. Rapida carrellata, da destra a sinistra: Murray con l'anca ballerina, Djokovic frattura all'ipofisi e affaticamento all'avambraccio, Stanimal Wawrinka ginocchio a pezzi, Cilic con problemi alla gobba, Nishikori per cui si teme la frattura da stress youporn del polso.
Restavano solo Nadal e Federer, invecchiati come il buon vino, a contendersi titolo e prima piazza mondiale. Ancor di più perché, oltre ai big lungodegenti, anche i secolari vessati di rincalzo mostrano una forma da reduci di Formentera con Bobo Vieri. Rischia di entrare in tabellone anche Adelchi Virgili. Di certo, occasione ghiotta mancata da Fognini (assente) che avrebbe potuto prendere l'onda lunga per arrivare alle Finals di Londra.
Finale scontata, ma ecco la sorpresa. L'acuto. Straripante, innarrestabile e apocalittico come un assolo di Yngwie Malmsteen d'annata. Ha un nome e un congome: Denis Shapovalov (8,5). 18enne canadese nato in Israele da genitori russi, fino a ieri conosciuto dal pubblico generalista solo per aver quasi orbato con una pallata un giudice di sedia in Davis, a 17 anni. Oh-la. Finalmente ecco un NexGen coi controfiocchi da poter seguire con simpatia. Sarà perché non è un NextGen ma un XXNextGen, classe '99.
Lo seguo con trepidazione nel match (ampiamente alla portata) contro il montone brasileiro Dutra Silva, che porta a casa di carattere più che coi colpi, di cui pure straripa. Poi la pre epifania, quando giustizia senza tremare gli umili resti di Del Potro (5,5 di stima, ormai si soffre nel seguirlo), l'epifania somma arriva invece nell'incontro con Nadal (5). Gioca bene, regge, perde il primo, lotta nel secondo. Sembra cedere con onore mostrando gran servizio, bordate di dritto, rovesci pieni che è una goduria, fino a che oltre ai suddetti colpi non ostenta anche altro del suo bagagliaio: palle e trance agonistica davanti al suo pubblico. Non solo vince il secondo, ma tiene nel terzo e la spunta allo sprint con Nadal, che non sarà il miglior Nadal (ma sul veloce, questo è, a meno di rinascite stile 2009) ma quando si tratta di vincere partite agonistocamente tirate, lascia sul campo anche l'ultimo coriaceo bulbo pilifero. Chiedere a Dimitrov in Australia, il pollo elegante Dimitrov (4,5). Non male per un diciottene che, non contento, si conferma anche battendo nel post epifania contro l'ermellino di Francia Mannarino (7, delizioso tennista femmina). Perde solo, ma senza sfigurare, contro Zverev, verso cui paga due anni di differenza. E a questi livelli contano.
Lungi dall'esaltarsi, resto curioso di vederlo fuori dal Canada. Ma le premesse sono buone.
La finale è tra Zverev e Federer. Il giovanotto predestinato e il vecchio immortale. Il russo tedesco, dopo i disastri su erba (ancora ci capisce poco), è sempre più solido e maturo, pronto per l'assalto slam. Per batterlo, mi dico, lo svizzero dovrà alzare l'asticella, dopo un torneo condotto al piccolo trotto, gestendosi parsimoniosamente (non è da lui). È bastato e avanzato per battere avversari di cilindrata minore. Avendo accettato last minute di giocare il torneo per rosicchiare qualche punto a Nadal in ottica primo posto mondiale, normale fosse poco rodato. Lascia anche un filo di barba per rendere più evidente la trascuratezza.
Il famoso aumento di marcia in finale non c'è, non può esserci. Anzi, pare addirittura infermo. Servizio "mollo", back a metà rete, frenesia nei colpi e non verbale che urla "finiamola alla svelta", come spesso gli è capitato quando non è al meglio. Più attento a non farsi male che a provare a vincerla.
Una domanda sorge spontanea su Federer (6), che dopo la versione stellare ci mostra anche quella umana, da ragioniere sofferente. Era proprio necessario rischiare di farsi male e compromettere la vittoria dagli Us Open (in cui parte favorito) per questi calcoli da ragioniere e il numero uno in classifica? Evidentemente tiene più a quello che a un altro Slam.
Zverev (8) raccoglie senza impietosirsi. Sempre più solido e pronto. Zazzera improponibile da Supersayan (tosategli quei capelli in modo cristiano: o lunghi o corti, diosanto. Con quel nido in testa rischia che un chiurlo gli deponga le uova al cambio campo), fisico allampanato da Ivanisevic senza averne la classe, è adattissimo e progettato per il tennis 3.0. In principio li chiamavano pallettari, poi regolaristi, quindi attaccanti dal fondo regolari, poi contrattacanti...fate vobis, la sostanza non cambia.


Qui Toronto, di scena le donne. Torneo che è il quadro dell'abisso in cui è sprofondata la Wta. Non tanto per le assenze, pure qui notevoli: Serena gravida, neomamma Azarenka impegnata in spiacevoli querelle familiari, Sharapova orfana di Spermonium ormai un giorno rotta e l'altro pure (sorge una domanda al turpe dietrologo complottista: non è che davvero ci siano sostanze come il Meldonium proibite perché, pur non migliorando la prestazione, coprano l'uso di anabolizzanti o ne attutiscano effetti dannosi? Comincio ad aver dubbi).
Pochissima roba quel che si vede. Scenario tetro, simile a una convention degli scappati dal Pd, Speranza, Bindi, Bersani e forse Raul Casadei. Davvero Karolina Pliskova (4,5) è numero uno al mondo? una cosa lunga e secca, semovente e senz'anima, che tira gran colpi piatti. Se la pungi, dalla Dracula in gonnella non esce sangue, ma gas nervino. Gioca ogni punto in modo uguale, senza badare al punteggio. Un po' come Giorgi, senza la frenesia insensata della nostra.
Ma che dàvero Angelicona Kerber (3,5) è stata numero uno? Presa a pallate da una ritrovata Stephens (7), è un salvagente da mare sgonfio a forma di hot-dog arenato a riva. Ma sul serio mi dite che la più credibile numero uno futura è Garbine Muguruza (5)? A Wimbledon era parsa un prodigioso mix tra Varenne, Nadal e l'incredibile Hulk. In Canada è un teletubbies. Seri nel propinarci Halep (5) come possibile reginetta operaia?
Non è provocatorio dire che Serena, se avrà voglia, dopo la maternità potrà vincere per altri 10 anni. E che Steffi Graf (48 anni), allenandosi un po', farebbe ancora la sua bella figura.
Orrenda finale come logica conseguenza, tra l'eterna "non abbastanza" (bella, affascinante, potente, regolare, tecnica, etc...) Wozniacki (7) e Svitolina (8), dominata da quest'ultima. Buona e intelligente maestrina, Bridjet Jones di una Wta in disarmo.


mercoledì 9 agosto 2017

È SOLO UNA TRAGICA, VILE, INGIUSTIZIA



Avevo promesso a un'anguria di non scriverne più. Di dedicarmi piuttosto alla barba di Bargiggia (la pettina? Usa la cera o la lacca? Pettinino o spazzola?). Al limite cianciare di tennis. Ma l'avete visto Shalopalov? Quale irruente sontuosità. Erede mancino del grandioso Dancevic. Finalmente ho un nextgen da idolatrare.
E invece no. Capita, con la stessa masochistica morbosità che ti spinge a guardare Vespa sugli omicidi estivi, di rivedere il filmato della conferenza stampa di Sara Errani.
Uno spettacolo agghiacciante.
L'italiana doveva fornire spiegazioni a giornalisti incalzanti, sulla squalifica (ripeto, squa-li-fi-ca) per doping. Invece finisce in teatrino pietoso. Non solo i giornalisti non chiedono, ma si trovano a subire le invettive della tennista (squalificata), sulle false notizie riportate dai giornali. Che come io sono una professionista (squalificata per doping), dovete esserlo pure voi (non scrivendo che è stata squalificata per doping). Falsità che hanno cercato di rovinare il suo onore, e per cui ora pretende scuse e titoloni. Quali titoloni? Scusarsi di aver messo sullo stesso piano l'anastrozolo e il letrozolo per cui è risultata positiva (e che pare più potente dell'anastrozolo erroneamente citato)?
Un irripetibile mix tra Bobo Vieri e Donald Trump. Manca solo che, come il Bobone nazionale, parta col proditorio "sono più uomo io di tutti voi messi assieme". Possibile abbiano accettato tutto questo e non se ne siano andati? Forse quelli veri erano in spiaggia.
Tralascio la storia della madre, verso cui ci sarebbe stato poco rispetto. Non ho letto, nemmeno nelle peggiori fecce social, battute sulla madre malata. È stata lei e il suo staff a tirarla in ballo nella difesa. Pretende che non si citi nemmeno?
Sarita non si difende, ma attacca. E lei da attaccante, come sul campo, lascia a desiderare.
È un fioccare di domande scomodissime, da parte dei giornalisti bastonati: "Farai ricorso? I punti in FedCup contano? Riprenderai dai tornei minori? Solidarietà dai colleghi? Ti senti vittima di un'ingiustizia?". Solo uno abbozza sottovoce dei rapporti col medico De Moral. Il luminare di Armstrong. Sì, conferma, c'è stata, ma solo una volta per un controllo sotto sforzo prima della stagione. Sicuramente inopportuno, ma nulla più. Leggerezza, come chi va a farsi l'esame del sangue da Dracula. Finalmente un altro le chiede, con la testa sotto i suoi santissimi piedi, come mai quattro mesi di silenzio. Ovvio, perché non aveva fatto niente e sperava in una assoluzione in carrozza. Easy.
Ad ogni domanda la stessa solfa, un po' a braccio, un po' leggendo il discorso preparato. Con la faccia dura e il cipiglio di chi è vittima di un'ingiustizia. Della Wada, degli haters, dei giornalai. Da colpevole cui hanno dato le attenuanti a vittima e martire, è un attimo.
Basta dire falsità. C'è bisogno di verità e lei la ripete a più riprese, la verità: è stata squalificata per l'assunzione di cibo contaminato da una sostanza che non porta benefici alle donne, ma solo (blanda) agli uomini.
Ora, tra i giornalisti accusati di aver detto falsità, ce ne fosse stato uno a dire che no, non ci sembra tecnicamente corretto ciò che dici, santissima (sempre con la testa sotto i suoi piedi): lei è stata squalificata perché positiva a una sostanza dopante, inserita nella tabella dei farmaci proibiti dalla Wada perché non è una spremuta di melograno, ed è stata graziata con soli due mesi perché hanno creduto alla sua (strampalata o meno, sta all'intelligenza di chi giudica, sempre che sia concesso ancora) tesi difensiva della contaminazione da cibo, brodo di tortellini. Un po' differente come cosa, sempre con la testa al suddetto posto.
Sul fatto che il farmaco non porti vantaggi alle donne ma solo agli uomini, nessuno (figuriamoci) a chiedere numi su come mai allora risulti nella lista di sostanze proibite dalla Wada anche per le donne. Non si capisce. Un qualche sostegno scientifico alla tesi, in verità mai sentita nemmeno da Banfi in un medico in famiglia. Niente, silenzio tombale, e scuse sottovoce. In fondo è solo una tragica, vile, ingiustizia.



martedì 8 agosto 2017

ERRANI, DOPING, TORTELLINI, SCIE CHIMICHE




La notizia è di quelle inattese, da gelare il sangue nei polsi. Grignani trovato positivo all'alcoltest? No, Sara Errani (la nostra, Sara Errani) "non negativa" a un controllo antidoping. Che "positiva" sarebbe risultato sin troppo brutale e traviante. Si tratta del Letrozolo, sostanza presente in un farmaco usato in casi di cancro al seno e vietato perché, in assenza di esenzioni terapeutiche, rientra tra gli "stimolatori ormonali e metabolici". La sostanza, chiariscono esimi luminari, aiuta a coprire eventuali tracce di anabolizzanti. Anabolizzanti che non sono stati trovati. Quindi avrebbe coperto egregiamente. Pochi cazzi, è scienza. C'è da restare sgomenti. Delusi. Il controllo è avvenuto a Febbraio. Da allora, conosciuto il fatto, mamma Fit, lungi dal considerarsi parte lesa dalla tesserata che avrebbe barato, ma lesissima dalla eventuale squalifica, lavora straordinariamente nell'ombra. Un plotone di Perry Mason per stendere la vibrante difesa del vero (la non colpevolezza). Nel frattempo la convoca anche in Fed Cup, le assicura una Wild Card (negata al rottame Schiavone) a Roma. Non lascia trapelare nulla alla stampa (bravi loro e/o incapaci i segugi giornalisti?). Eppure, le prestazioni e la tenuta psico-fisica di Errani qualcosa dovevano dire circa la non serenità dell'atleta.
Niente, il dispaccio d'agenzia arriva solo poche ore prima della sentenza Itf: due mesi di squalifica, perché si è creduto alla buona fede della romagnola. Lavoro spettacolare della difesa. Immagino la travolgente arringa. Il motivo è presto detto, lo spiega la stessa Errani in un comunicato di straordinaria e umana sincerità. Non tiriamo in ballo i dopati veri di Taiwan o russi, lo Spermonium anti asma di Masha, candidmente assunto per i dieci anni in cui era lecito e (per incuranza) qualche mese dopo la sua messa al bando. Qui no, ragazzi. Non c'è frode retroattiva. La nostra è italiana, è una pura, si vede a occhio nudo quanto vada, andasse, andrà sempre a pane e salame (capocollo, al limite).
I soliti malpensanti avvoltoi avevano anche riesumato quelle balle da spogliatoio sul chiacchierato rapporto con medici spagnoli invischiati in processi di doping. Tutte cazzate. La nostra lo spiega in modo chiaro. Non si può non crederle: sarei pazza - lascia intendere - ad assumere un farmaco antitumorale, che porta a gravi conseguenze fisiche. E lei non è pazza. Infatti - leggo - la sostanza incriminata era contenuta in un medicinale presente a casa dei genitori, ove l'atleta si trovava, in uso alla madre. Come abbia potuto assumerlo, nemmeno lei lo sa. Prova a fare ipotesi, immagino sconcertata e sostenuta dai legali. La più plausibile riguarda il brodo dei tortellini, preparato dalla madre, nel quale potrebbe essere finito qualche nanogramma volante di Letrozolo, o gocciolina di sudore contaminato. Proprio per dimostrare l'esiguità della sostanza, dichiara di aver fatto un test dei capelli con esito negativo. Test non ammesso nel processo per un cavillo. Quale, non si sa. Forse ammaliati dalle prove sui tortellini, i giudici avranno pensato fosse superfluo.
Sara ribadisce di non aver mai assunto in modo involontario questo farmaco. Mai in modo volontario? Freud o errore di battitura? Penso la seconda, malfidati. Ci sto dentro, le credo. Io, che poco ne capisco e non sono un Ris, ho fatto un altro "penzamento". E se la colpa fosse di una zanzara che ha punto la madre e poi la nostra, incolpevole, tennista? Può essere, ma alla Itf sono bastate le altre prove presentate dai nostri legali. La Fit, poco dopo, dirama un comunicato in cui dichiara di essere al fianco della sua atleta, fornendo tutti gli strumenti scientifici e legali. I soldi, quando ci sono, vanno spesi bene. Atleta, si legge con piglio marzialmente littorio ai tempi della campagna in Abissinia, "caratterizzata da senso del dovere e dirittura morale". Patria, sangue, suolo.
Ora però, il sentimento è ambivalente. Se è vera, come è vera (e credibilissima), la storia dell'assunzione accidentale di farmaco antitumorale anabolizzante per contaminazione da tortellini (o cappelletto, secondo teoria giurisprudenziale minore) in brodo (senza panna), due mesi di squalifica sono uno sproposito. Una somma ingiustizia. Una specie di complotto. Se le scrupolose motivazioni addotte sono considerate valide dalla Itf, si dovrebbe andare a fondo e mirare a una cancellazione totale della pena. Perché, non scordiamolo, pena c'è stata e finirebbe per macchiare una carriera adamantina.
In Italia, leggo qualche commento. Sui social la suburra internauta si scatena con battute dozzinali su tortelli in brodo dopati, Giovanni Rana, etc. All'estero ridono amaro per queste scuse, il doping involontario da contaminazione ambiental culinaria non li convince, sembra una scusa più grottesca del bacio cocainico di Gasquet. Sono in malafede, gli stranieri. Ma non passa lo straniero! I più autorevoli giornalisti italiani invece (compreso me, che non sono giornalista ma resto autorevolissimo), proni, credono ad occhi chiusi alla verità di Sara. Ma proprio tutti. Anche quelli scettici riguardo all'uomo sulla luna e complottisti vari da scie chimiche e false flag, stavolta credono al tortellino contaminato. Ed io, ovviamente, con loro.
Il mio gatto invece, mi guarda strano. Lui, forse perché odiatore professionale, è colpevolista. O, almeno, non crede alla contaminazione. Anzi, una scusa simile dovrebbe portare l'aggravante di abuso dell'intelligenza felina. Il felino è diffidente per natura. Blatera di un doping sempre più raffinato, subdolo. Mica c'è più il bombone à la Fantozzi durante la Coppa Cobram o gli anabolizzanti vivi di Ben Johnson. Ora corre sul filo. È fatto di sostanze lecite create per curare asma, diabete o cancro, che assunte scientificamente a piccole dosi (in persone sane un dosaggio normale avrebbe effetti nefasti) hanno effetti dopanti, o mascherano il doping o ne attenuano effetti dannosi. Ci arrivate o no, voi bipedi? Sembra dire. Il felino è un odiatore nato, non va preso in considerazione. Io credo a occhi chiusi nella buona fede di Sara. Credere, obbedire, combattere. Fosse una Williams o Sharapova chiederei l'ergastolo al 41 bis con isolamento diurno e notturno. Oltre alla restituzione di tutti i premi vinti in carriera.

Qualcuno penserà che sono pazzo a scrivere queste cose. Smentisco. Ho solo assunto accidentalmente, per contaminazione, Lsd sbevendo una birra assieme a un tossico. O forse canapa passando in macchina davanti a una piantagione abusiva. Chiedo il pieno proscioglimento per le cazzate scritte.

domenica 30 luglio 2017

FOGNINI SPIEGATO DA BUKOWSKI, DOPO UNA PEPERONATA

In un delirante lampo di autolesionismo dettato dai peperoni ripieni, sono spinto a scrivere un pezzo serio su Fabio Fognini, che ha appena vinto l'Atp
250 di Gstaad. Per carità, niente di così estremo, ma comunque un bel risultato in linea con i trionfi estivi degli ultimi anni, in tornei dopolavoristici snobbati da top players in vacanza. Pensavo fosse Umago il luogo ideale per il solito trionfo in ciavatte, ma il giovin Rublev (reo di prender righe) gli aveva sbarrato la strada. Gstaad invece, coi suoi alberghi a venticinque stelle, il clima temperato che ne ha limitato il tappamento di vene, si è ben prestato all'impresa.

Ovvio che scrivere un pezzo serio e obiettivo, visto il personaggio, mi risulta complicato. Poi, ammetto, sarei come Fonzie che fatica a dire certe cose. Mi sono dunque assopito con l'idea di quel pezzo, prima che gli incubi da peperoni facessero il resto e il pezzo si è dipanato, naturale come uno slice di Petzchner che bacia l'incrocio delle righe.
Nel sogno ero Fabio Fazio e avevo di fronte Charles Bukowski. Che non era mica morto, ma vivo e vegeto. Se ne stava sul divano, completamente nudo, con una mela sul cazzo e un pollo in testa. E guardava, rapito, un concerto di Fedez alla tv. Buk appariva assai provato, col volto scimmiesco abbacchiato, dopo una giornata durissima: ha presentato il libro della Lucarelli, scalato la Marmolada con Facci, partecipato a un convegno sulle scie chimiche di Sibilia, assistito a un monologo estasiato di Scanzi (dalla Gruber) sul bravissimo Dibba e, dulcis in fundo, ascoltato La Zanzara di Cruciani in taxi. Sembra provato. Non se l'è sentita di partecipare anche al dibattito con Travaglio che, sibillino, parla dei lati oscuri degli eroi antimafia Grasso, Mattarella, e quel Gesù non così santo e martire.
Dopo una simile giornata, Hank dichiara di voler smettere di bere, ordina una coca cola zero e un thè verde on the rocks con essenze di zenzero del Madagasgar. Rompo subito il ghiaccio:
- Maestro, che ne pensa di Fognini nostro?
Ragazzo, ti manca qualche rotella o sei andato in overdose da succo di mirtillo?
- No, chiedevo così tanto per. Immagino sia stata una giornata estenuante la sua...
Più che estenuante, surreale. Doveva vederli, praticavano asfissia autoerotica, ebbri dei loro miasmi intestinali. Terribile. Il vostro paese sembra un tendone da circo piantato in un manicomio.
- Certo, non è che voi americani con Trump stiate meglio...ma immagino, visti i personaggi che ha incontrato. E non ha ancora sentito Saviano.
No, Saviano mi piace. Vien voglia di accarezzargli la testa d'uovo. Poi a lui dobbiamo Gomorra. Io amo Gomorra, amico. "Ce ripigliamm tutt' chell' che è o nuost'". Fantastico.
- Ok, ma Fognini le piace? Sa, qui da anni il ragazzo divide l'opinione pubblica. È un personaggio strano, controverso...
Ragazzo, allora sei completamente fuori di melone. Pratichi anche tu asfissia autoerotica o ti masturbi a cazzo moscio come quei pazzi? In un paese dove la legge sulle unioni civili l'ha fatta un tizio considerato di destra da chi è contro l'apologia di fascismo, è contro i vaccini, crede alle sirene, vede scie chimiche, non crede all'allunaggio...Fognini per voi è uno strano?
- Ah, ok. Quindi le piace?
No, mi sta sul cazzo. O meglio, a tratti mi fa tenerezza. Non è uno cattivo, ma un buono che vuole fare il cattivo e diventa ridicola macchietta di sé stesso.
- Sì, ma ha un gran talento. Se solo mettesse quella testa matta a posto starebbe nei primi 5 in pianta stabile...
Ora è chiaro, amico. Non capisci un cazzo di niente. Sembri Fazio senza i soldi di Fazio. Il problema è la vostra fame atavica di campione. Siete come i morti di fica. Cercate il campione da quarant'anni e non vi accontentate di avere un buon giocatore e nulla più. Il migliore del dopo Panatta. O preferivi neuro Canè, Camporese, Gaudenzi, Caratti kid, Gianlucone Pozzi? Ma voi italiani credete nelle scie chimiche e in Fognini top 5...l'hai visto l'incontro con Gulbis? Il lettone è tutto ciò che Fognini vorrebbe essere. Talentuoso, svogliato, pazzo, perdigiorno, geniale. Il vostro è uno normale, e non se ne fa una ragione. Voi non ve ne fate una ragione.
- Se solo avesse la testa di Ferrer, però...
E se Marilyn avesse avuto il cazzo sarebbe stata Marilyn col cazzo.
- Quindi? Non la seguo più.
Caro il mio coglionazzo, Fognini è un bel leprotto. Ha grandi doti difensive, buona mano. Se ispirato per almeno due set come contro l'impiegato del catasto Bautista, riesce a passare dalla difesa all'attacco, variare e vincere. O giocare match divertenti, fini a ste stessi, contro top player. Vale i primi trenta, ma smettetela di farvi le seghe pensandolo top 5, 3, manica di pipparoli.
- Ok, maestro. Quindi per lei il fenomeno taggesco avrebbe dei limiti tecnici oltre alla testa?
Ha un servizio di merda, per esempio.
- Certo, ne convengo. Col servizio di Isner non ce ne sarebbe per nessuno.
E Isner con le gambe di Fognini avrebbe vinto sessantatrè slam, tre gramny e due oscar del cinema porno. E se la Littizzetto avesse il culo di Belen sarebbe una con un bel culo che fa battute ripugnanti.
- Chiaro.
Hai finito ora? Via, sciò, che devo vedere Ale Di Battista. Mi hanno detto che è un ragazzo in gamba. Sta organizzando un summit con l'amico Trump e Kim Jong-un al bar Boe di Springfield, che dovrebbe garantire la pace nel mondo su Facebook e la fine della fame in Africa su Instagram, coi like dei click al blog contro le fake news del dittatore Renzie.
Poi è rimorto, bevendo una birra.


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.